Etiopia 1935: per capirla bisogna guardare a ciò che accadde dopo la conquista italiana della Libia, quando l’Africa orientale tornò al centro delle ambizioni europee e Addis Abeba divenne uno dei pochi luoghi del continente ancora indipendenti. Dopo la morte di Menelik II nel 1913, l’Etiopia attraversò anni di instabilità: il breve regno di Lij Iyasu, accusato di simpatie islamiche e deposto nel 1916, aprì la strada all’ascesa di Zewditu e soprattutto di Ras Tafari Makonnen, il futuro Hailé Selassié. Tafari comprese che l’Etiopia doveva modernizzarsi per sopravvivere: riformò l’esercito, centralizzò l’amministrazione, aprì scuole, introdusse codici giuridici, avviò una diplomazia attiva. Nel 1923 ottenne l’ingresso nella Società delle Nazioni, un gesto che lo storico Harold Marcus definì “la più grande vittoria politica dell’Etiopia moderna”. Ma l’ingresso nella comunità internazionale non bastò a proteggerla. L’Italia, dopo aver consolidato la Libia con violenza e deportazioni, guardava di nuovo all’altopiano etiopico come alla grande occasione mancata del 1896.
Il trauma di Adua era ancora vivo e la propaganda nazionalista lo trasformava in un debito da saldare. Nel frattempo l’Etiopia viveva una modernizzazione incompleta: le riforme di Tafari avanzavano, ma lentamente; il potere dei ras regionali restava forte; l’esercito era numeroso ma male equipaggiato; le infrastrutture quasi inesistenti. Come scrisse lo storico Richard Pankhurst, “l’Etiopia degli anni Venti era un Paese antico che cercava di entrare nella modernità con strumenti insufficienti”. Eppure, proprio in quegli anni, il Paese mostrò una vitalità politica sorprendente: missioni diplomatiche in Europa, trattati commerciali, tentativi di riforma agraria, un lento ma reale processo di centralizzazione.

L’Italia osservava tutto questo con crescente inquietudine. Dopo la Libia, Roma voleva un impero continuo dal Mediterraneo al Corno d’Africa; voleva chiudere la ferita di Adua; voleva dimostrare di essere una potenza. E quando nel 1930 Tafari divenne imperatore con il nome di Hailé Selassié, presentandosi come sovrano riformatore e interlocutore internazionale, l’Italia vide in quella stabilità un ostacolo. La stampa fascista iniziò a descrivere l’Etiopia come un Paese “arretrato”, “tribale”, “incapace di modernità”, ignorando deliberatamente i processi in corso. In realtà, come scrisse lo studioso Christopher Clapham, “l’Etiopia degli anni Trenta era uno Stato in trasformazione, non un relitto feudale”. Ma la narrazione coloniale aveva bisogno di un nemico debole per giustificare l’aggressione. Così, mentre l’Etiopia cercava di consolidare la propria sovranità, l’Italia costruiva un caso diplomatico, accumulava truppe in Eritrea e Somalia, e preparava la guerra. Il 1935 non fu un punto di partenza: fu l’esito di due traiettorie opposte.
Da un lato un Paese che tentava di modernizzarsi senza perdere la propria identità; dall’altro una potenza europea che, dopo la Libia, vedeva nell’Etiopia l’ultimo tassello del proprio progetto imperiale. E in questo scontro tra una modernità fragile e un imperialismo ossessivo si consumò una delle pagine più drammatiche della storia africana e italiana.


Lascia un commento