1918 nasce da tre storie che mi hanno costretto a guardare la Grande Guerra da angolazioni diverse. Luisa Zeni, la giovane trentina che attraversò il confine come informatrice e poi scelse la cura diventando crocerossina. Ghigo, il ragazzo della Salmeria che dopo Caporetto visse la prigionia tra Slovenia ed Europa orientale, lasciando un diario di dolore, fame e scoperte inattese. Boghe, l’ardito che incarna il fronte estremo: disciplina, rischio, corpo come strumento di guerra. Tre vite diverse, tre modi di attraversare il 1918, tre voci che hanno reso necessario il libro.
Ghigo è il prozio di un mio caro amico che mi ha consegnato il suo diario come si consegna una voce rimasta sospesa per più di un secolo. L’ho studiato, l’ho attraversato, l’ho portato in due eventi pubblici nel 2024 — a Prato e a Carmignano — dedicati alla ricorrenza della Grande Guerra. È un testo che non chiede celebrazione: chiede ascolto. E che racconta una delle esperienze più dure e meno conosciute del conflitto, la prigionia dopo Caporetto.

Ghigo apparteneva al reparto di Salmeria, una di quelle unità che non finiscono nei manuali ma che tenevano in piedi l’esercito: trasportavano viveri, munizioni, materiali, spesso sotto il fuoco, spesso senza protezione. Dopo la disfatta di Caporetto, il suo viaggio comincia nei campi di concentramento della Slovenia, dove migliaia di soldati italiani vengono radunati in condizioni durissime. Il diario non è un documento tecnico: è una voce. Racconta la fame, il freddo, la sporcizia, la perdita degli amici. Racconta la sensazione di essere diventati improvvisamente “altro”: non più soldati, non più uomini liberi, ma numeri.
Lo storico Jay Winter ha scritto che «la prigionia è la parte meno raccontata della Grande Guerra», e Ghigo conferma questa verità. Nel suo diario non c’è retorica: c’è la quotidianità della sopravvivenza. Le baracche, il pane nero, le malattie, le notti in cui il gelo sembra entrare nelle ossa. Ma c’è anche qualcosa che sorprende: la capacità di osservare. Ghigo non si limita a descrivere la sofferenza; annota ciò che vede. Le usanze dei paesi che attraversa, i modi di parlare, i gesti delle persone, le differenze tra la sua terra e quelle che incontra. È un diario di prigionia, ma è anche un diario di viaggio.
Dalla Slovenia viene trasferito verso l’Europa dell’Est, fino al confine con la Russia. Qui la guerra cambia forma: non è più trincea, non è più fuga, è lavoro. Ghigo viene assegnato alla riparazione della ferrovia, devastata dai bombardamenti. È un compito durissimo, ma è anche un modo per restare vivo. Nel diario descrive i binari contorti, i ponti distrutti, le squadre di prigionieri che lavorano sotto la sorveglianza dei soldati austro‑ungarici. Racconta il rumore del metallo, il ritmo del lavoro, la fatica che non finisce mai. Ma racconta anche ciò che vede attorno: villaggi poverissimi, donne che portano acqua e legna, bambini che osservano i prigionieri come se fossero creature di un altro mondo.
Lo storico Mark Mazower ha scritto che «la guerra è anche un incontro forzato tra culture», e Ghigo lo dimostra. Nel suo diario non c’è solo dolore: c’è stupore. Le case di legno, le icone ortodosse, i mercati improvvisati, le abitudini alimentari, i modi di salutare. Sono dettagli che non appartengono alla retorica della Grande Guerra, ma alla vita reale. E sono proprio questi dettagli che mi hanno colpito mentre studiavo il suo testo: la capacità di restare umano in un contesto che disumanizza.

Ghigo non è un eroe. Non è un personaggio da monumento. È un ragazzo che attraversa la guerra con una lucidità che non si spezza. Il suo diario è una delle tre colonne che hanno sostenuto la scrittura di 1918 – Alla fine volarono liberi perché mostra ciò che la guerra nasconde: la prigionia, la fatica, la perdita, ma anche la capacità di osservare, di raccontare, di restare vivo attraverso le parole. È una storia che non chiede enfasi: chiede restituzione.
E oggi, mentre il libro è uscito ed è già disponibile, la sua voce continua a risuonare.
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