Tra pochi giorni sarò a Messina, nel Salone delle Bandiere di Palazzo Zanca, per la cerimonia di premiazione del concorso La via delle Muse, terza edizione 2026. Andrò di persona, con la stessa emozione che accompagna ogni incontro in cui la parola diventa memoria. Il mio monologo teatrale, I nomi che il mare non restituisce, dedicato alla Divisione Acqui, nasce da un percorso di cinque lezioni da due ore all’Università dell’Età Libera di Firenze. Cinque incontri che non sono stati semplici lezioni, ma attraversamenti: la storia militare, la tragedia di Cefalonia, la voce dei sopravvissuti, e soprattutto la reazione dei partecipanti. Li ho visti commuoversi, interrogarsi, restare in silenzio davanti a un nome, a una fotografia, a una lettera. In quei momenti ho capito che la memoria non è mai un archivio chiuso: è un corpo vivo, che chiede di essere ascoltato.

Da quell’esperienza è nato il monologo. Non come esercizio di scrittura, ma come gesto di restituzione. Ho scelto la prima persona perché la memoria, quando è autentica, non può essere neutra: deve attraversare chi la pronuncia, deve chiedere qualcosa a chi ascolta. Ogni parola è nata da un volto, da un respiro, da una domanda rimasta sospesa. E ora, portare questo testo a La via delle Muse significa chiudere un cerchio e aprirne un altro: quello della condivisione pubblica, del dialogo tra arte e storia, tra voce e silenzio.

Non anticipo nulla — so già cosa accadrà, ma preferisco lasciare che sia l’attesa a parlare. Ciò che conta è il viaggio: il momento in cui la parola incontra la comunità, in cui la memoria diventa gesto collettivo. Essere lì, in quella sala di Messina, sarà come restituire al mare almeno una parte dei nomi che non ha voluto restituire.

E mentre mi preparo a partire, sento che questo percorso non si ferma qui. È parte di una ricerca più ampia, che da anni porto avanti tra storia, letteratura e memoria civile: da Tigri e colonie, che indaga le rimozioni della storia coloniale italiana, fino a 1918 – Alla fine volarono liberi, che restituisce voce ai soldati e ai prigionieri della Grande Guerra. Ogni testo, ogni lezione, ogni parola nasce dallo stesso impulso: dare dignità a ciò che è stato dimenticato. E forse, in fondo, è questo il vero premio.

Francesco Bianchi

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