Nella storia italiana esiste una lunga contraddizione: per secoli le donne hanno sostenuto la società, l’economia familiare, l’educazione dei figli e spesso anche le attività produttive, ma raramente sono state considerate protagoniste della vita pubblica. La loro presenza era evidente nella realtà quotidiana e quasi invisibile nei luoghi dove si esercitavano il potere, la cultura e la memoria. Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento questo equilibrio comincia lentamente a incrinarsi. Non si tratta di una rivoluzione improvvisa, ma di un percorso lungo e faticoso che passa attraverso la letteratura, il giornalismo, il lavoro e infine la guerra. È una storia che conduce dalla marginalità alla cittadinanza, dalla donna raccontata alla donna che racconta.

Una delle figure che meglio rappresentano questo passaggio è Maria Antonietta Torriani, conosciuta con lo pseudonimo di Marchesa Colombi. In un’epoca in cui la letteratura era dominata dagli uomini, Torriani riesce a costruirsi uno spazio come scrittrice e giornalista, affrontando temi che oggi definiremmo di emancipazione femminile. Nel romanzo Un matrimonio in provincia racconta la condizione di molte donne borghesi dell’Italia postunitaria, mostrando come il matrimonio potesse trasformarsi in una forma di limitazione della libertà individuale. La sua scrittura non è militante nel senso moderno del termine, ma introduce una domanda fondamentale: una donna può aspirare a qualcosa di diverso dal destino che la società ha già deciso per lei?

Mentre le intellettuali iniziano a conquistare spazio nella cultura, la realtà continua a essere dominata da modelli tradizionali. Alla vigilia della Grande Guerra la donna italiana è ancora in larga misura esclusa dalla politica, dalle professioni più prestigiose e dai processi decisionali. L’immagine prevalente resta quella dell’angelo del focolare, custode della famiglia e della casa. Poi arriva il 1915.

Le donne e la città vuota.

La Grande Guerra svuota le città degli uomini. Milioni di soldati vengono richiamati alle armi e interi settori produttivi devono essere sostenuti da chi rimane. Per la prima volta su larga scala le donne assumono responsabilità che fino a pochi mesi prima sembravano precluse. È in questi anni che l’Italia scopre quanto la presenza femminile sia indispensabile non soltanto nella famiglia, ma anche nell’economia e nella società.

A Prato, città tessile per eccellenza, il fenomeno assume caratteristiche particolarmente evidenti. Le fabbriche continuano a produrre per il fronte, i lanifici lavorano per soddisfare le richieste del Ministero della Guerra e il sistema produttivo non può arrestarsi. Le donne diventano una componente sempre più importante della forza lavoro. Non si tratta ancora di una vera emancipazione, ma di una trasformazione profonda della percezione sociale femminile. La guerra non concede diritti, ma dimostra capacità.

È in questo contesto che la figura di Ada Negri assume un significato particolare. Prima donna ammessa all’Accademia d’Italia, poetessa amatissima dal pubblico, Negri porta nella letteratura italiana temi spesso trascurati: il lavoro, la maternità, la povertà, la condizione delle donne delle classi popolari. In una delle sue liriche più celebri scrive: «Io son la figlia della fatica.»

In pochi versi Ada Negri riesce a restituire la dignità del lavoro e di chi vive ai margini della narrazione ufficiale. La sua poesia non parla soltanto alle donne: parla agli esclusi, agli operai, ai lavoratori, a quell’Italia che sta entrando nel Novecento.

Se Ada Negri rappresenta la voce letteraria del cambiamento, Teresa Meroni ne rappresenta la dimensione sociale. Figura centrale del mondo operaio della Val di Bisenzio e della Lega Laniera, Meroni diventa un simbolo di partecipazione femminile alla vita pubblica. Le proteste contro la guerra che si sviluppano tra le lavoratrici mostrano un elemento nuovo: le donne non sono più soltanto soggetti passivi degli eventi storici, ma iniziano a intervenire direttamente nel dibattito collettivo. La guerra, paradossalmente, apre spazi che prima risultavano impensabili.

Ma forse la trasformazione più sorprendente è quella rappresentata da Amalia Moretti Foggia. Medico, giornalista e divulgatrice scientifica, è una delle personalità femminili più straordinarie dell’Italia del Novecento. In un’epoca in cui la credibilità delle donne viene continuamente messa in discussione, sceglie spesso di firmarsi con pseudonimi come Petronilla per raggiungere un pubblico vastissimo attraverso le pagine del Corriere della Sera. Consigli alimentari, temi sanitari, educazione domestica: attraverso un linguaggio accessibile riesce a entrare in milioni di case italiane. Dietro la semplicità dei suoi testi si nasconde una rivoluzione culturale: una donna diventa punto di riferimento autorevole per la società italiana.

Guardando queste figure nel loro insieme emerge un percorso coerente. Maria Antonietta Torriani rivendica il diritto della donna a raccontarsi. Ada Negri dà voce al lavoro e alla dignità femminile. Teresa Meroni porta le donne dentro la dimensione pubblica e sociale. Amalia Moretti Foggia conquista autorevolezza nel sapere e nell’informazione.

La Grande Guerra si colloca al centro di questa trasformazione. Non la genera da sola, ma la accelera. Le città svuotate dagli uomini obbligano la società a riconoscere competenze e responsabilità che esistevano già, ma che troppo spesso erano state ignorate. Quando il conflitto finisce, molte delle antiche disuguaglianze restano in piedi, ma qualcosa è cambiato per sempre. Le donne hanno dimostrato di poter lavorare, dirigere, scrivere, educare, organizzare e partecipare alla vita collettiva.

Lo storico Giovanni De Luna ha osservato che il Novecento è anche il secolo dell’irruzione delle masse sulla scena pubblica. All’interno di questo processo, le donne rappresentano una delle trasformazioni più profonde e durature. La loro conquista dello spazio pubblico non avviene in un giorno e non segue una linea retta. È fatta di passi avanti, arretramenti, resistenze e conquiste. Ma tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra si compie un passaggio decisivo: le donne smettono di essere soltanto oggetto del racconto storico e iniziano a diventarne soggetto.

Forse è proprio questa la lezione più importante. Le donne non comparvero improvvisamente nella storia durante la Grande Guerra. Erano sempre state lì. La differenza è che, dopo la Grande Guerra, la storia non poté più fingere di non vederle.

Francesco Bianchi

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Questo articolo “Le donne e la città vuota” anticipa il contenuto della trasmissione Radio “Memorie del Novecento” in onda il giorno venerdì 16 ottobre 2026 in diretta su Radio Canale 7 alle ore 15:30. I podcast sono visibile anche sul sito www.casadellememoriediprato.it


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