Quando l’Italia sbarca a Massaua il 5 febbraio 1885, non conquista una città vuota: entra in un mondo già vivo, stratificato, cosmopolita. Massaua è un porto arabo‑africano, abitato da tigrini, sahò, afar, mercanti yemeniti, funzionari egiziani, viaggiatori ottomani. È un crocevia del Mar Rosso, un luogo dove si parla amarico, tigrino, arabo, turco. L’Italia arriva come potenza minore, con un esercito piccolo e un’ambizione grande. E Massaua diventa il primo laboratorio del colonialismo italiano.

L’amministrazione coloniale: un ibrido tra militare e civile

Nei primi anni, Massaua è governata da un’amministrazione militare. Il comando è affidato al generale Tancredi Saletta, poi a Baldassarre Orero e ad altri ufficiali che rispondono direttamente al Ministero degli Esteri e della Guerra. Non esiste ancora una “colonia” nel senso giuridico: Massaua è un presidio, un avamposto. L’amministrazione si articola in:

  • Comando militare (ordine pubblico, giustizia, rapporti con i capi locali)
  • Ufficio politico (trattative, mediazione, intelligence)
  • Ufficio sanitario (ospedale militare, quarantena)
  • Dogana (gestita da funzionari italiani e interpreti locali)

Il primo regolamento organico arriva solo nel 1889, con la creazione del Governo della Colonia Eritrea, ma Massaua resta il centro amministrativo fino alla scelta di Asmara come capitale nel 1897.

Lo storico Angelo Del Boca sintetizza così la fase iniziale: “Massaua fu governata come un forte, non come una città.”

  • View of Massawa - Artvee

La vita quotidiana: caldo, malaria e improvvisazione

Massaua è una città difficile: umidità altissima, malaria, febbri, scarsità d’acqua. Gli italiani dormono in baracche di legno, spesso senza ventilazione. I soldati soffrono più del nemico. Il Corriere della Sera, nel marzo 1885, scrive: “Il caldo è tale che le sentinelle cadono svenute.”

La popolazione locale continua la propria vita: mercato, pesca, commercio. Gli italiani osservano, cercano di capire, spesso non capiscono. I rapporti iniziali sono prudenti: gli abitanti di Massaua hanno visto passare egiziani, ottomani, inglesi. Gli italiani sono solo gli ultimi arrivati.

Il rapporto tra colonizzatori e indigeni: cooperazione e gerarchia

All’inizio, il rapporto è sorprendentemente pragmatico. Gli italiani hanno bisogno di tutto: interpreti, guide, manodopera, conoscenza del territorio. Nascono così:

  • corpi di ascari (arruolati tra tigrini, sahò, afar)
  • mediatori locali (notabili musulmani e cristiani)
  • contratti di lavoro per portatori, carpentieri, marinai

Il generale Saletta scrive in un dispaccio del 1885: “Senza gli indigeni non possiamo muovere un passo.”

Ma la cooperazione non è paritaria: è gerarchica. Gli italiani parlano di “razze fedeli”, “tribù amiche”, “popolazioni da civilizzare”. È il primo embrione del razzismo coloniale italiano, ancora paternalista ma già evidente nei rapporti quotidiani.

In cosa consisteva la colonizzazione, concretamente

La colonizzazione italiana a Massaua, nei primi anni, è fatta di:

  • costruzione di infrastrutture: banchine, magazzini, caserme
  • controllo del porto: dogane, tariffe, monopolio dei traffici
  • presidio militare: pattugliamenti, fortini, controllo delle piste interne
  • missioni esplorative verso Saati, Uaà, Moncullo
  • arruolamento di ascari
  • creazione di un sistema fiscale (tasse sul commercio e sulle importazioni)

Non c’è ancora un progetto organico di “colonizzazione agricola” o di insediamento civile: quello arriverà solo dopo il 1890.

Chi era presente del Regno d’Italia

A Massaua arrivano:

  • ufficiali dell’esercito
  • funzionari del Ministero degli Esteri
  • medici militari
  • ingegneri del Genio
  • missionari cattolici (soprattutto cappuccini)
  • pochi civili: commercianti, avventurieri, tecnici

Il re Umberto I non visitò mai Massaua. Le visite reali nelle colonie inizieranno solo con Vittorio Emanuele III, molti anni dopo.

Occasioni mondane e vita sociale

Nei primi anni, la vita sociale è minima: caldo, malattie e precarietà non favoriscono mondanità. Ma già dal 1887‑1888 compaiono:

  • serate musicali organizzate dagli ufficiali
  • balli nelle residenze dei comandanti
  • feste nazionali (2 giugno “Statuto Albertino”, 20 settembre “breccia di Porta Pia”) celebrate con parate e salve di cannone
  • ricevimenti per i capi locali e i notabili musulmani

Il Giornale d’Italia del 1888 descrive una festa a Massaua così: “La banda militare suonò inni patriottici mentre gli ascari, in uniforme nuova, sfilarono tra gli applausi.”

Sono momenti di auto‑rappresentazione coloniale: piccole messe in scena di italianità in un contesto ostile.

Massaua come laboratorio coloniale

Massaua è il luogo dove l’Italia impara – spesso sbagliando – cosa significa governare un territorio africano. È qui che si sperimentano:

  • il modello militare‑amministrativo
  • l’uso degli ascari
  • la retorica della “missione civilizzatrice”
  • la costruzione di infrastrutture come simbolo di potere
  • la diplomazia con i capi locali

Come scrive lo storico Giorgio Rochat: “Massaua fu la culla e lo specchio del colonialismo italiano: tutto ciò che l’Italia fece dopo era già visibile lì, in embrione.”

Francesco Bianchi

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