La storia dei pratesi in Africa Orientale è una vicenda rimossa, dispersa tra archivi familiari, registri comunali e luoghi di memoria che oggi quasi nessuno collega al colonialismo. Tra il 1935 e il 1941, decine di uomini partiti da Prato — soldati, ufficiali, tecnici, operai — furono coinvolti nella guerra d’Etiopia e nell’occupazione dell’Africa Orientale Italiana. È una storia che non compare nei manuali scolastici e che raramente è stata studiata dagli storici locali, ma che ha lasciato tracce precise nella città. La propaganda fascista arrivò anche a Prato, nelle fabbriche tessili, nei circoli rionali, nelle scuole. I giornali locali rilanciavano le parole d’ordine del regime: “civilizzazione”, “missione storica”, “destino imperiale”. Le immagini dell’Istituto Luce costruivano un immaginario rassicurante che nascondeva la violenza della guerra. Come scrisse un cronista dell’epoca, «l’Italia porta la luce dove prima c’era la barbarie».
Molti pratesi partirono come militari di leva o richiamati; altri come tecnici inviati a lavorare nelle infrastrutture dell’Impero. Le loro esperienze sono documentate nelle liste dei caduti conservate dal Comune di Prato, nelle schede matricolari e nelle comunicazioni ufficiali inviate alle famiglie. Le lettere dall’Africa Orientale, conservate in alcune case, raccontano una realtà complessa: la fatica, la solitudine, la distanza, ma anche la consapevolezza che ciò che trovavano non corrispondeva alla propaganda. «Qui non è come ce l’avevano raccontato», scrive un soldato pratese nel 1936. La città seguiva la guerra attraverso la stampa locale, che celebrava le vittorie e pubblicava fotografie dei reparti. Non parlava delle stragi, dell’uso dei gas, delle repressioni. La distanza permetteva di non vedere; la propaganda permetteva di non sapere.

Le tracce più certe e documentabili della presenza pratese nell’Africa Orientale sono oggi visibili nei luoghi di culto e di memoria dedicati ai caduti. Il Sacrario dei Caduti di Piazza Santa Maria delle Carceri, inaugurato nel 1934 e ampliato nel dopoguerra, conserva i nomi dei pratesi morti “per la Patria”. Tra questi compaiono anche caduti della guerra d’Etiopia e dell’Africa Orientale Italiana: non sono separati dagli altri, perché la memoria coloniale fu inglobata nella memoria militare generale, come avvenne in molte città italiane. La loro presenza è verificabile attraverso i registri comunali, le liste ufficiali del Ministero della Guerra e le iscrizioni conservate nel Sacrario. Nel periodo fascista furono collocate anche lapidi dedicate ai caduti coloniali, poi ricollocate o inglobate in spazi commemorativi più generali nel dopoguerra. Le fonti certe sono le delibere comunali dell’epoca, le fotografie conservate negli archivi locali e le testimonianze delle associazioni combattentistiche. Durante le cerimonie del 4 Novembre, soprattutto tra il 1936 e il 1940, venivano ricordati anche i caduti pratesi in Africa Orientale: le cronache della stampa locale riportano discorsi ufficiali che celebravano “i nostri caduti in Etiopia”. È una traccia di memoria pubblica che oggi è quasi scomparsa.
Quando l’Impero crollò nel 1941, molti pratesi tornarono a casa in silenzio. Alcuni non parlarono mai dell’Africa; altri raccontarono solo le parti “belle”: i paesaggi, gli incontri, le amicizie. La città non elaborò mai quella memoria. Non ci furono cerimonie dedicate, né monumenti coloniali autonomi, né dibattiti pubblici. La storia dei pratesi in Africa Orientale rimase confinata nelle famiglie, nelle soffitte, nei cassetti. Una storia privata che non diventò mai storia collettiva. Come scrive Alessandro Triulzi, «la memoria coloniale italiana è fatta più di omissioni che di ricordi». A Prato, questa omissione è visibile proprio nei luoghi di memoria: presenti, ma silenziosi.
Raccontare oggi la storia dimenticata dei pratesi in Africa Orientale significa restituire complessità alla memoria cittadina. Significa riconoscere che Prato non fu solo una città operaia, industriale, antifascista: fu anche una città che partecipò all’avventura coloniale, che mandò uomini e donne in Africa, che contribuì — come molte altre — alla costruzione dell’Impero. Significa leggere i luoghi di culto e di memoria con uno sguardo nuovo, trasformando una memoria inglobata in una memoria consapevole. È un lavoro che richiede rigore, fonti, archivio, e che può finalmente riportare alla luce una storia dimenticata, ma documentabile.


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