Il Premio Albiatum, concorso nazionale organizzato ad Albiate dall’Associazione culturale Piero Gatti e ideato dal poeta Enrico Sala, è uno di quei luoghi in cui la letteratura viene presa sul serio: più di mille opere pervenute, una giuria ampia e qualificata, un lavoro di lettura che non si limita a contare pagine ma prova a misurare profondità, responsabilità, capacità di parlare al presente. In questo contesto, il terzo posto di Tigri e colonie nella sezione narrativa edita non è solo una medaglia: è il riconoscimento di un percorso preciso, quello di una scrittura che sceglie di stare accanto alle storie dimenticate, alle vite che non entrano nei manuali ma hanno segnato il destino di migliaia di persone.
La giuria del Premio Albiatum – presieduta da Enrico Sala, senza diritto di voto, e composta da poeti, narratori, critici, insegnanti, tra cui Felice Bonalumi, Francalisa Caglio, Teodoro Giuseppe Cazzaniga, Ivan Fedeli, Cheikh Tidiane Gaye, Alfredo Panetta e molti altri – ha lavorato su oltre mille testi, deliberando una graduatoria che tiene insieme qualità stilistica, solidità narrativa e forza etica delle opere. Nella motivazione dedicata a Tigri e colonie, riportata si legge: “Per la capacità di riportare alla luce una pagina rimossa della storia coloniale italiana, intrecciando rigore documentario e intensità narrativa, e per la volontà di restituire dignità alle vittime di un sistema di potere che ha preferito il silenzio alla responsabilità.” È una frase che non cerca l’effetto, ma dice con chiarezza la direzione del libro: raccontare la violenza coloniale non come sfondo esotico, ma come ferita concreta, che attraversa corpi, territori, memorie.

Tigri e colonie – già riconosciuto anche in altri contesti, come il premio Lilly Brogi La Pergola Arte – trova nel podio dell’Albiatum una conferma importante: la memoria coloniale non è un tema di nicchia, ma un nodo centrale del nostro presente, che chiede di essere affrontato con serietà, senza scorciatoie. In questo senso, il lavoro della giuria e la figura di Sala sono decisivi: un presidente che non si limita a presiedere, ma difende l’idea che la letteratura debba essere un luogo di responsabilità civile; una commissione che legge, discute, argomenta, e che nelle motivazioni non si accontenta di formule generiche, ma prova a dire perché un libro conta.
Dentro questo percorso di responsabilità civile si inserisce anche il mio nuovo romanzo, 1918 – Alla fine volarono liberi, già disponibile in pre‑order: se Tigri e colonie guarda alla violenza coloniale e alle sue rimozioni, 1918 torna alla Grande Guerra, a un diario vero di prigionia, a una voce che attraversa un secolo per chiedere di essere ascoltata.

Sono due libri diversi, ma nascono dalla stessa urgenza: restituire dignità alle storie che non fanno rumore, mettere in discussione le narrazioni ufficiali, costruire ponti tra passato e presente. Chi ha incontrato Tigri e colonie grazie al Premio Albiatum sa già che la memoria, quando viene raccontata con rigore e con cura, non è mai un esercizio sterile: è un modo per guardare meglio il mondo in cui viviamo. Oggi, con 1918 – Alla fine volarono liberi in pre‑order, c’è la possibilità di entrare per primi in un nuovo capitolo di questo lavoro sulla memoria: una storia di guerra, di scelte, di fragilità, di dignità, che chiede lettori disposti non solo a leggere, ma a mettersi in ascolto.
👉 Pre‑order 1918 – Alla fine volarono liberi su Santelli Store (e, se non l’hai ancora fatto, recupera anche Tigri e colonie: i due libri dialogano tra loro più di quanto sembri).

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