L’attentato contro il viceré Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937, fu uno dei momenti più drammatici dell’occupazione italiana in Etiopia e rivelò la fragilità politica del progetto imperiale fascista. Quel giorno, durante la cerimonia per il “Giorno dell’Impero” al Palazzo del Guenete Leul, due giovani eritrei, Abraham Deboch e Mogus Asghedom, lanciarono alcune bombe a mano contro la tribuna delle autorità. Graziani rimase ferito, molti ufficiali italiani morirono, e l’intero edificio precipitò nel caos.

L’attentato non fu un gesto isolato: era il risultato di mesi di tensioni, repressioni, espropri, violenze e umiliazioni inflitte alla popolazione etiope. Come scrisse lo storico Ian Campbell, «l’attacco a Graziani fu la risposta disperata di un popolo che vedeva la propria identità cancellata». La reazione italiana fu immediata e brutale. Graziani ordinò una rappresaglia senza precedenti, trasformando Addis Abeba in un teatro di violenza sistematica. Le truppe italiane, i miliziani fascisti e i civili armati scesero in strada uccidendo indiscriminatamente: uomini, donne, bambini.

Campbell parla di «almeno 19.000 morti in tre giorni», una cifra che Del Boca definì «plausibile e coerente con la testimonianza dei sopravvissuti». La rappresaglia seguì una sequenza precisa e documentata. Primo: rastrellamenti casa per casa nei quartieri centrali, con esecuzioni sommarie e incendi di abitazioni. Secondo: attacchi ai luoghi simbolici della cultura etiope, come il monastero di Debre Libanos, accusato senza prove di complicità nell’attentato. Terzo: deportazioni di massa verso campi di concentramento come Danane e Nocra, dove migliaia di etiopi morirono per fame, malattie e maltrattamenti. Quarto: eliminazione mirata degli intellettuali, dei notabili e dei religiosi, con l’obiettivo di spezzare la struttura sociale del Paese.

Graziani stesso, in un rapporto inviato a Roma, scrisse: «Ho ordinato la più energica repressione», un eufemismo che nascondeva un massacro. Mussolini approvò la linea dura: «Bisogna dare una lezione che non dimenticheranno», telegrafò al viceré, legittimando la violenza come strumento politico.

La propaganda fascista trasformò l’attentato in un pretesto per rafforzare il consenso interno: i giornali parlarono di “tradimento barbaro”, di “ingratitudine abissina”, di “necessità di punire severamente”. Nessuna menzione alle cause profonde: l’apartheid, le leggi razziali, le confische, le violenze quotidiane. La popolazione civile italiana in Etiopia partecipò attivamente alla rappresaglia, convinta dalla propaganda che l’impero fosse minacciato da un nemico “selvaggio”.

Come scrisse Del Boca, «la violenza non fu un eccesso: fu un rito collettivo». L’attentato a Graziani e la successiva strage segnarono un punto di non ritorno: l’Italia mostrò al mondo la natura reale del suo impero, fondato sulla forza, sul razzismo e sulla distruzione dell’identità etiope. E in quella sequenza di bombe, sangue e propaganda si rivelò la verità più profonda dell’avventura coloniale fascista: un progetto che non poteva reggersi senza la violenza.

Francesco Bianchi

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