Dopo la conquista dell’Etiopia, il razzismo e l’apartheid divennero l’architettura portante del dominio italiano in Africa Orientale. Il fascismo trasformò la vittoria del 1936 in un laboratorio di segregazione, costruendo un sistema di violenze, gerarchie razziali e separazioni spaziali che non aveva equivalenti nella Libia pre‑pacificazione.

In Libia, infatti, la repressione fu brutale — deportazioni di massa, campi di concentramento, impiccagioni pubbliche — ma non sfociò mai in un regime di apartheid codificato. In Africa Orientale, invece, il razzismo divenne legge. Nel 1937, dopo l’attentato a Graziani, il regime introdusse norme che vietavano i matrimoni misti, punivano le relazioni tra italiani e donne etiopi, separavano quartieri, scuole, ospedali, trasporti. Come scrisse lo storico Angelo Del Boca, «l’Africa Orientale fu il luogo in cui il fascismo realizzò il suo sogno di società razzialmente pura».

La differenza con la Libia è documentabile: in Cirenaica e Tripolitania, pur in un contesto di violenza estrema, gli italiani finirono per integrare parte delle élite locali, concedere cittadinanze speciali, creare corpi militari indigeni; in Etiopia, invece, la linea fu l’esclusione totale. Il governatore Graziani definì gli etiopi «razze inferiori da tenere a distanza», mentre Bottai, più cauto, ammise nei suoi diari che «la politica razziale rischia di trasformare l’impero in una prigione». Mussolini stesso, in un discorso del 1938, dichiarò: «L’Africa Orientale deve essere un impero di bianchi», frase che sancì la svolta apertamente razziale del regime. Le violenze furono sistematiche: villaggi incendiati, deportazioni, punizioni collettive, lavori forzati, stupri di guerra, esecuzioni sommarie.

Africa orientale fascista

La strage del 19 febbraio 1937, seguita all’attentato contro Graziani, fu uno dei momenti più bui: migliaia di civili uccisi in pochi giorni, monasteri bruciati, intellettuali eliminati. Lo storico Ian Campbell ha definito quei giorni «un tentativo di annientare la classe dirigente etiope». La propaganda fascista giustificò tutto con la retorica della “civiltà”: gli etiopi venivano descritti come “barbari”, “selvaggi”, “incapaci di progresso”, mentre gli italiani erano rappresentati come portatori di ordine e modernità.

In Libia, la propaganda aveva usato toni paternalistici; in Etiopia, toni apertamente razziali. La differenza è netta e documentata. Le leggi razziali del 1937‑1938 completarono il quadro: divieto di concubinato, segregazione degli spazi urbani, proibizione per gli etiopi di accedere a bar, cinema, ristoranti, persino marciapiedi riservati ai bianchi. Come scrisse Del Boca, «l’impero non fu un sogno: fu un sistema di apartheid». E in questo sistema, la violenza non era un eccesso: era la regola.

L’Africa Orientale divenne il luogo in cui il fascismo sperimentò la sua ideologia razziale in forma pura, mentre la Libia, pur segnata da crimini gravissimi, seguì una traiettoria diversa, più ibrida, più contraddittoria, meno rigidamente segregazionista. La storia documenta dunque un trattamento diverso: in Libia la violenza fu strumento di conquista; in Etiopia divenne struttura di governo. E in questa differenza si rivela la natura profonda dell’impero fascista, un progetto fondato sulla gerarchia razziale, sulla separazione e sulla negazione dell’umanità dell’altro.

Francesco Bianchi

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