La Battaglia di Asiago fu devastante perché rivelò, con una violenza improvvisa, tutte le fragilità dell’esercito italiano: la sorpresa strategica, la vulnerabilità degli Altipiani, la lentezza del comando e l’incapacità di leggere i segnali dell’offensiva austro‑ungarica. Fu il momento in cui l’Italia scoprì quanto fosse sottile la linea che separava la resistenza dal crollo.

Quando, all’alba del 15 maggio 1916, Conrad von Hötzendorf scatenò la sua offensiva dagli Altipiani di Asiago, l’Italia non se l’aspettava. La storiografia è unanime: da Mario Isnenghi a Nicola Labanca, da Paolo Pozzato a Giorgio Rochat, tutti sottolineano come il Comando Supremo italiano fosse convinto che il colpo sarebbe arrivato ancora una volta sull’Isonzo. Invece, la “punizione” — la Strafexpedition — piombò nel cuore del fronte trentino, là dove le difese erano più deboli e il terreno permetteva, per la prima volta, una discesa verso la pianura veneta.

Il risultato fu un urto devastante. Le prime linee italiane cedettero in poche ore: il Monte Cengio, il Pasubio, il Campolongo, il Verena caddero uno dopo l’altro. I diari dei soldati parlano di “crollo”, “travolgimento”, “bufera”. Il generale Cadorna, nelle sue memorie, ammise che l’offensiva colse l’Italia “in condizioni di impreparazione morale e materiale”. E il deputato socialista Leonida Bissolati, in un passaggio spesso citato dagli storici, scrisse: «Non fu la forza del nemico a travolgerci, ma la nostra illusione di essere invulnerabili».

La devastazione della Battaglia di Asiago non fu solo militare. Fu psicologica. Gli austro‑ungarici avanzarono fino a minacciare Vicenza e Bassano, e per alcuni giorni si temette davvero che la pianura veneta potesse essere invasa. La stampa, come ricorda Isnenghi, oscillò tra il silenzio e la retorica, mentre nelle retrovie si diffondeva il panico. La crisi politica fu immediata: il governo Salandra cadde il 18 giugno 1916, travolto dall’incapacità di spiegare come l’Italia fosse stata sorpresa in quel modo.

La battaglia di Asiago: cosa accadde
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Eppure, come spesso accade nella storia italiana, la tragedia generò una reazione. L’offensiva austro‑ungarica si spense per logoramento, per mancanza di rinforzi e per la necessità di spostare truppe sul fronte orientale contro l’offensiva Brusilov. L’Italia, riorganizzata, contrattaccò: fu la Battaglia degli Altipiani, che stabilizzò il fronte e impedì il collasso. Ma il prezzo era stato altissimo: migliaia di morti, villaggi distrutti, un’intera regione sconvolta.

La devastazione della battaglia di Asiago non fu solo materiale. Fu simbolica. Fu la dimostrazione che la guerra non era più una serie di assalti sull’Isonzo, ma un conflitto totale, capace di colpire il cuore del Paese. Gli storici lo ripetono: Asiago fu la prima vera crisi esistenziale dell’Italia in guerra, la prova generale di ciò che sarebbe accaduto a Caporetto l’anno successivo.

Per questo la Battaglia di Asiago è rimasta nella memoria nazionale come una ferita aperta: perché mostrò quanto fosse fragile l’Italia del 1916, quanto fosse impreparata a una guerra moderna, e quanto fosse facile, per un attimo, immaginare che tutto potesse finire lì, sugli Altipiani, in un maggio di fumo, silenzio e paura.

Francesco Bianchi

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