Boghe nel romanzo, Ugo Baldi nella vita, era un giovane soldato cresciuto all’ombra del Risorgimento, nipote di un garibaldino che aveva combattuto per l’unità nazionale e convinto, fin dalla giovinezza, che la Grande Guerra rappresentasse il completamento di quella lunga stagione iniziata con le camicie rosse.
Prima ancora di vestire l’uniforme, la guerra entrò nella sua vita come dibattito. Nella sua famiglia le idee si scontravano. Da una parte lui, convinto sostenitore dell’intervento e dell’irredentismo; dall’altra il fratello, vicino a quelle posizioni pacifiste che trovavano una delle loro voci più limpide in Rosa Genoni, che nel 1915 aveva avuto il coraggio di denunciare pubblicamente il conflitto quando gran parte dell’opinione pubblica si lasciava trascinare dall’entusiasmo interventista. Quel dissidio familiare non era una particolarità: era l’Italia del 1915. Lo storico Mario Isnenghi ha scritto che la Grande Guerra fu «una guerra che entrò nelle famiglie prima ancora che nelle trincee». Nel caso di Boghe, quella frattura non si ricompose mai davvero.
Quando arriva al fronte, sceglie volontariamente il luogo dove il rischio è maggiore: gli Arditi. Nati come reparti d’assalto destinati alle operazioni più pericolose, gli Arditi dovevano aprire varchi nel filo spinato, attraversare le terre di nessuno, attaccare le postazioni nemiche a colpi di bombe a mano e pugnale. Lo storico Marco Mondini ha definito gli Arditi «l’espressione più estrema della nuova guerra industriale», uomini addestrati a trasformare la velocità e l’iniziativa individuale in vantaggio tattico. La loro aspettativa di vita durante gli assalti era spesso bassissima.

La vita dell’Ardito era fatta di addestramenti brutali, azioni improvvise e una continua familiarità con la morte. Non era raro che i reparti venissero impiegati più volte nello stesso settore fino all’esaurimento fisico degli uomini. In questo contesto emerge il dato più impressionante della vicenda di Boghe: il suo foglio matricolare, documento ufficiale conservato negli archivi militari, registra sette ferimenti e altrettanti ritorni in servizio.
Sette volte il suo corpo viene fermato dalla guerra. Sette volte decide di tornare.
Non è una formula retorica: è un dato amministrativo. Il matricolare annota ferite, ricoveri, rientri. Una sequenza che restituisce più di qualunque racconto il livello di esposizione a cui fu sottoposto. Ogni rientro significava lasciare l’ospedale e tornare dove le probabilità di una nuova ferita erano altissime. Lo storico George L. Mosse ha osservato che per molti combattenti della Grande Guerra il senso del dovere finiva per diventare una forma di identità personale. Nel caso di Boghe, questa osservazione sembra trovare una conferma concreta.
Ma il suo patriottismo non si esaurisce sul campo di battaglia. Terminata la guerra, quella stessa passione gli procura un episodio che appare quasi incredibile. Il matricolare registra infatti una condanna a tre anni di reclusione militare per aver insultato e minacciato un ufficiale. Non si trattò di una questione privata. La discussione nacque a Piazza della Signoria, a Firenze, quando l’ufficiale espresse giudizi sprezzanti sugli Arditi e sul loro ruolo durante il conflitto. Boghe reagì. La vicenda finì davanti al Tribunale Militare e portò a una pesante condanna.
Anche questo dato emerge dalla documentazione ufficiale e rivela molto del personaggio: la guerra era finita, ma non erano finite le convinzioni che l’avevano portato a combatterla. La pena non venne però scontata; come annotato nel matricolare, intervenne la successiva amnistia, che cancellò gli effetti della condanna. Rimase però il segno di un carattere incapace di rinnegare ciò che considerava giusto.

A testimoniare il valore attribuito al suo servizio resta anche la Croce di Guerra al Valor Militare, conferita con Regio Decreto del 9 luglio 1923, oltre ai riconoscimenti derivanti dalle campagne di guerra e alle numerose annotazioni di merito presenti nella documentazione militare. Dai documenti conservati emerge inoltre il conferimento della Medaglia dell’Unità d’Italia, riservata ai combattenti della campagna 1915‑1918, accompagnata da parole che oggi suonano quasi come una sintesi della sua vita: «Sia per te, per la tua fede, onesta ed operosa questa Italia redenta dal sangue del nostro sangue, dal tuo stesso valore, dal tuo stesso sacrificio». È una formula ufficiale, ma nel suo caso sembra assumere un significato particolare.
Boghe è una delle tre storie che hanno ispirato 1918 – Alla fine volarono liberi perché rappresenta la dimensione più difficile da comprendere per uno sguardo contemporaneo: quella degli uomini che credettero davvero che il sacrificio individuale potesse modificare il destino di una nazione. Non era un monumento, non era un personaggio pubblico, non era un generale. Era un ragazzo che partì convinto, che fu ferito sette volte, che tornò sette volte e che, finita la guerra, continuò a difendere l’onore del proprio reparto con la stessa ostinazione con cui aveva difeso una trincea.

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