Quando si pronuncia la parola garibaldino si compie spesso un errore storico: si pensa immediatamente ai Mille, a Marsala, all’epopea risorgimentale e a un capitolo chiuso della storia nazionale. In realtà il termine sopravvisse a Giuseppe Garibaldi e divenne qualcosa di molto più grande del suo fondatore.

Dopo il 1882, anno della morte dell’Eroe dei Due Mondi, il nome “garibaldino” continuò a indicare un modello di combattente volontario, pronto a partire per una causa ritenuta giusta, senza attendere chiamate ufficiali dello Stato. È per questo motivo che il nome di Garibaldi ricompare in quasi tutte le grandi guerre che coinvolgono italiani tra Otto e Novecento: nelle spedizioni in Grecia, nelle campagne balcaniche, nella Legione Garibaldina del 1914 e infine nelle Brigate Garibaldi della Resistenza. Non si tratta di una coincidenza lessicale, ma della costruzione di un vero e proprio mito politico e civile.

Lo storico Mario Isnenghi ha più volte sottolineato come il Risorgimento sia stato per decenni il principale serbatoio simbolico dell’identità italiana. In questo contesto Garibaldi rappresentava il patriota volontario per eccellenza: non il militare di carriera, non l’uomo delle istituzioni, ma il cittadino che decide di mettere in gioco se stesso per una causa collettiva. È questa immagine che attraversa le generazioni e che spiega perché il termine garibaldino riesca a sopravvivere ai mutamenti della politica e delle ideologie.

Quando nell’agosto del 1914 scoppia la Prima guerra mondiale, l’Italia rimane neutrale. In quel momento sembra impossibile che degli italiani possano combattere per la Francia. Eppure accade. Il protagonista è Peppino Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi. Recandosi a Parigi, ottiene l’autorizzazione a costituire un reparto di volontari italiani all’interno della Legione Straniera francese. Nasce così la Legione Garibaldina, ufficialmente 4° Reggimento di marcia del 1° Reggimento straniero, composta da oltre duemila volontari italiani e guidata proprio da Peppino Garibaldi. Vi confluiscono repubblicani, mazziniani, sindacalisti rivoluzionari, emigrati italiani residenti in Francia e giovani idealisti convinti che la guerra contro gli Imperi Centrali rappresenti il completamento del Risorgimento. Sotto la divisa francese continuano a portare la camicia rossa garibaldina, trasformando il fronte occidentale in una inattesa prosecuzione simbolica delle battaglie dell’Ottocento.

La prima vera prova arriva nelle Argonne, una delle zone più sanguinose del fronte francese. Il 26 dicembre 1914 la Legione Garibaldina affronta il battesimo del fuoco presso il Bois de Bolante. È una guerra completamente diversa da quella immaginata dai volontari: trincee, artiglieria, mitragliatrici, fango, reticolati. Eppure l’assalto dei garibaldini impressiona gli osservatori francesi. Il generale Valdant scrive una frase destinata a entrare nella memoria della Legione: «Meravigliosi. Prima che i resti della trincea nemica fossero ricaduti a terra si erano già lanciati all’attacco». Nelle Argonne cadono anche due fratelli di Peppino Garibaldi, Bruno Garibaldi e Costante Garibaldi, trasformando immediatamente la vicenda della Legione in un potente mito patriottico.

Tra quei giovanissimi volontari c’è anche un pratese destinato a diventare una delle figure più controverse e geniali della letteratura italiana del Novecento: Curzio Malaparte. Allora non si chiama ancora così. È il sedicenne Kurt Erich Suckert, studente del Convitto Nazionale Cicognini, figlio di un imprenditore tessile sassone e di una madre italiana. Le fonti biografiche concordano nel raccontare che allo scoppio della guerra fugge di casa e si arruola volontario nella Legione Garibaldina per combattere nelle Argonne. È un episodio che segna profondamente la sua esistenza. La biografia pubblicata dalla rivista Tradurre ricorda che «allo scoppio del conflitto mondiale scappa di casa ancora minorenne per arruolarsi nella legione di Peppino Garibaldi e combattere sulle Argonne». Anche il Convitto Cicognini conserva questa memoria ricordando come il futuro scrittore si sia arruolato a soli sedici anni nella Legione Garibaldina prima di passare all’esercito italiano dopo l’ingresso dell’Italia in guerra.

Attorno a questa scelta emerge uno dei tratti più affascinanti della cultura interventista italiana. Non si tratta soltanto di nazionalismo. Per molti giovani del tempo, compreso il giovane Suckert, la guerra appare come un’esperienza iniziatica, quasi una prova morale. È l’illusione condivisa da gran parte dell’Europa del 1914. Successivamente Curzio Malaparte avrebbe raccontato la guerra con toni radicalmente diversi, diventando uno degli scrittori che meglio descrissero la brutalità e l’assurdità dei conflitti del Novecento. La sua esperienza nelle Argonne costituisce dunque il punto di partenza di un percorso umano e letterario che dall’entusiasmo giovanile conduce alla disillusione.

È significativo notare che, proprio in quegli stessi anni, il nome Garibaldi funzionasse come una sorta di passaporto morale. Scriveva lo storico Nicola Labanca che il mito garibaldino costituì una delle forme più durature della religione civile italiana. I volontari delle Argonne non combattevano semplicemente per la Francia: combattevano perché si sentivano eredi di una tradizione che collegava idealmente il 1860 al 1914.

Il fenomeno non si esaurisce con la Grande Guerra. Quando l’Italia precipita nella guerra civile del 1943-1945, il nome Garibaldi torna ancora una volta. Le principali formazioni partigiane organizzate dal PCI assumono infatti il nome di Brigate Garibaldi. La scelta non è casuale. Anche molti comunisti comprendono che Garibaldi rappresenta una figura capace di unire patriottismo, libertà nazionale e partecipazione popolare. Il Museo della Memoria Civile e Sociale sintetizza efficacemente questa continuità osservando che le Brigate Garibaldi richiamavano la figura di Giuseppe Garibaldi come «simbolo del patriottismo e della lotta per l’unità e la libertà».

Ed è forse proprio qui che si trova il punto più interessante dell’intera vicenda. Garibaldi viene rivendicato da repubblicani, socialisti, democratici, interventisti, partigiani. Viene utilizzato da culture politiche diverse e talvolta opposte. Eppure il suo nome continua a mantenere un significato comune: il volontario che sceglie di non restare spettatore della storia. Da Marsala alle Argonne, dalle trincee francesi alle montagne della Resistenza, il garibaldino non è soltanto una figura militare. È una categoria morale. È l’idea che la cittadinanza comporti responsabilità e partecipazione. Per questo Garibaldi, morto a Caprera nel 1882, continuò simbolicamente a combattere per altri sessant’anni. E forse, nella memoria italiana, non ha mai davvero smesso di farlo.

Francesco Bianchi

HOME – – – BLOG – – – BIOGRAFIA

Link da non perdere: FLIPBOARD e la rivista su storia locale di PRATO (in continuo aggiornamento con le puntate della trasmissione “Memorie del Novecente: I grandi eventi e i nostri vicoli in onda su Radio Canale 7 il venerdì all 15:30) e Link acquisto “1918 – alla fine volarono liberi” su AMAZON e su SANTELLI STORE.

Questo contenuto sarà trattato nella puntata di VENERDì 2 OTTOBRE alle ore 15:30 su RADIO CANALE 7 – UNA RADIO, TANTE VOCI.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *