Nel decennio che precede Adua, l’Europa vive una stagione di espansione coloniale senza precedenti. La Conferenza di Berlino del 1884-85 ha appena ridisegnato la mappa del mondo, spartendo l’Africa come se fosse un grande scacchiere geopolitico. Le potenze europee – Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Portogallo – avanzano con modelli diversi di dominio: protettorati, amministrazioni dirette, colonie di popolamento, sfruttamento economico, missioni “civilizzatrici” che mascherano interessi strategici e commerciali.

L’Italia osserva questo movimento con un misto di invidia, ambizione e complesso d’inferiorità. È un Paese giovane, unito da poco, con un’identità nazionale ancora fragile e un desiderio profondo di essere riconosciuto come pari dalle grandi potenze. Ma la realtà è diversa: l’Italia non ha la forza economica della Gran Bretagna, né l’apparato militare della Francia, né la brutalità organizzativa del Belgio di Leopoldo II. Ha però un bisogno urgente di prestigio internazionale, e la politica coloniale diventa il terreno su cui proiettare un’idea di modernità e potenza che il Paese non possiede davvero.

È in questo clima che nasce il Trattato di Uccialli del 1889, firmato con Menelik II. L’Italia crede di aver ottenuto ciò che le altre potenze hanno conquistato con decenni di espansione: un protettorato, un riconoscimento, un posto al tavolo dei grandi. Ma la verità è più complessa. L’articolo 17, nella sua doppia versione – italiana e amarica – diventa il simbolo di un’ambizione sproporzionata rispetto alle reali capacità del Paese. La versione italiana parla di obbligo, quella amarica di facoltà. Due parole che cambiano tutto. Eppure, la politica italiana sceglie di leggere il testo come conferma del proprio ruolo imperiale. Non è solo un errore diplomatico: è un bisogno psicologico, quasi identitario. L’Italia vuole essere ciò che non è ancora, e l’articolo 17 diventa il punto su cui proiettare questa aspirazione.

La frustrazione dei politici italiani nasce proprio da qui. Mentre Francia e Gran Bretagna consolidano imperi vastissimi, mentre la Germania di Bismarck entra nel gioco coloniale con rapidità e determinazione, l’Italia si ritrova con un territorio difficile, povero, ostile, e con un trattato che non garantisce ciò che Roma sperava.

La classe politica, già scossa dall’eccidio di Dogali del 1887, vive Uccialli come un’occasione di riscatto. Ma quando Menelik rifiuta l’interpretazione italiana dell’articolo 17, dichiarandolo nullo nel 1893, la delusione diventa rabbia. Non è solo una questione diplomatica: è una ferita d’orgoglio nazionale. I politici italiani riversano su quel singolo articolo tutto il peso delle loro aspettative tradite. L’Italia voleva essere impero, ma non veniva riconosciuta come tale. E allora la colpa non poteva che essere dell’altro, dell’inganno, della slealtà, della “barbarie africana” – categorie che la retorica coloniale dell’epoca usava per mascherare la propria debolezza.

La stampa italiana contribuisce a questo clima. I giornali più autorevoli, pur con sfumature diverse, tendono a non collocare l’Italia tra le grandi potenze imperiali. La Nazione e La Stampa parlano di “giovane potenza in crescita”, ma il sottotesto è chiaro: l’Italia non è ancora all’altezza del gioco coloniale. Il Secolo e La Perseveranza sono più critici: denunciano l’improvvisazione, la mancanza di strategia, la fragilità economica.

La stampa internazionale è ancora più esplicita: per i giornali britannici e francesi, l’Italia è una potenza minore che tenta di imitare modelli altrui senza averne i mezzi. Questo giudizio pesa enormemente sulla politica italiana, che vive la questione coloniale come un banco di prova della propria dignità nazionale. E così l’articolo 17 diventa il luogo simbolico in cui si concentrano frustrazioni, desideri di rivalsa, ansie di riconoscimento.

In questo contesto, la politica coloniale italiana assume un carattere quasi emotivo. Non è solo una questione di territori, ma di identità. L’Italia vuole dimostrare di essere una nazione moderna, capace di competere, di espandersi, di “civilizzare”. Ma la realtà è che il Paese non ha ancora una visione coerente, né una struttura amministrativa adeguata, né un esercito preparato per una guerra in Africa. La distanza tra ambizione e capacità è enorme, e Uccialli la rende evidente. Quando Menelik rifiuta l’interpretazione italiana, la politica reagisce con indignazione, come se fosse stato violato un diritto naturale dell’Italia a essere impero. È una reazione sproporzionata, ma comprensibile se inserita nel quadro europeo: mentre gli altri Paesi consolidano imperi, l’Italia rischia di perdere anche quel poco che ha ottenuto.

Lo sguardo della stampa dell’epoca, che non riconosce l’Italia come potenza imperiale, amplifica questa frustrazione. E così, negli anni che precedono Adua, l’Italia vive una tensione crescente: da un lato il desiderio di essere riconosciuta, dall’altro la consapevolezza – spesso taciuta – di non avere ancora gli strumenti per esserlo. L’articolo 17 diventa il simbolo di questa contraddizione. Non è solo una clausola diplomatica: è il luogo in cui si infrange l’illusione italiana di essere già una potenza. E quando un’illusione si infrange, la reazione è sempre violenta.

È in questo clima che l’Italia si avvicina ad Adua. Con un trattato interpretato come un affronto, con una stampa che alimenta il bisogno di riscatto, con una classe politica che vede nella guerra non solo una scelta strategica, ma un atto identitario. La storia, purtroppo, farà il resto.

Francesco Bianchi

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