Prato conserva ancora oggi tracce del colonialismo italiano che quasi nessuno riconosce più. Sono segni minuti, dispersi, inglobati nella città moderna, ma raccontano una storia che va oltre la geografia toscana: la storia di un Paese che ha rimosso il proprio passato imperiale. Come scriveva Angelo Del Boca, «il colonialismo italiano è stato il più lungo rimosso della nostra storia». E Prato non fa eccezione.

Negli anni Trenta la città partecipò pienamente alla mobilitazione coloniale. Le associazioni fasciste raccoglievano fondi per l’“Impero”, le scuole celebravano la conquista dell’Etiopia, i giornali locali pubblicavano articoli entusiasti sulle “nuove terre italiane”. Molti pratesi partirono per l’Africa Orientale come militari, tecnici, infermiere, funzionari; altri aderirono ai progetti di colonizzazione agricola. Le loro storie, oggi disperse negli archivi familiari, rivelano un coinvolgimento reale. Come scrive Nicola Labanca, «il colonialismo non fu un fenomeno lontano: entrò nelle case degli italiani» (Oltremare). A Prato entrò attraverso la stampa locale, le adunate, le collette, le cerimonie pubbliche.

Le tracce materiali nella città: vie, lapidi, monumenti

Le tracce sono ancora visibili, se si sa dove guardare. Alcune vie portano nomi che rimandano direttamente all’Africa coloniale: Via Adua, Via Eritrea (San Giusto), Via Somalia (Soccorso), Via Tripoli e Via Bengasi (San Giusto). Sono nomi che la città ha normalizzato, trasformandoli in semplice toponomastica, senza ricordare che rimandano a guerre di aggressione, uso di gas, deportazioni, apartheid.

Nel Palazzo Comunale (Piazza del Comune 2) sono conservate lapidi dedicate ai “caduti in Africa Orientale”. Non menzionano mai il contesto: la conquista dell’Etiopia, le stragi, le leggi razziali.

Lo stesso Monumento ai Caduti in Piazza Santa Maria delle Carceri include nomi di pratesi morti nelle campagne coloniali, presentati come “caduti per la patria”, senza alcuna contestualizzazione storica. Eppure quei nomi raccontano una storia precisa.

I caduti pratesi nelle guerre coloniali: i nomi che nessuno legge più

Guerra di Libia (1911–1931)

Alcuni dei nomi incisi sul monumento e negli elenchi comunali rimandano alla conquista della Tripolitania e della Cirenaica. Nomi che la città ricorda come “eroi”, ma che appartengono a una guerra di conquista che inaugurò i campi di concentramento libici e le deportazioni di massa.

    Campagna d’Etiopia (1935–1936) e Africa Orientale Italiana

    Altri nomi rimandano alla guerra d’Etiopia e alla successiva occupazione. Sono nomi che compaiono nelle lapidi interne del Palazzo Comunale e nelle liste dei caduti dell’Africa Orientale pubblicate nel 1938. Sono uomini morti in una guerra che vide l’uso sistematico di iprite, bombardamenti sui civili, stragi come quella di Addis Abeba 1937 e l’eliminazione degli intellettuali etiopi.

    Le tracce biografiche: archivi familiari e memorie private

    Molte famiglie pratesi conservano ancora fotografie, lettere e diari di parenti che servirono in Libia o in Etiopia. Sono materiali preziosi: raccontano una quotidianità coloniale fatta di contraddizioni — entusiasmo e violenza, curiosità e razzismo, senso del dovere e partecipazione a un progetto di dominio. Questi archivi privati, se raccolti, potrebbero costituire un corpus documentario unico per capire come il colonialismo fu vissuto “dal basso”.

    Le tracce invisibili: ciò che non si dice, ciò che non si vede

    Prato, come molte città italiane, non ha mai elaborato davvero questo passato. Non esistono percorsi pubblici che raccontino il legame tra la città e l’impero, né iniziative stabili che affrontino il tema. Le tracce ci sono, ma sono mute:

    • nomi di strade senza spiegazione,
    • lapidi che celebrano senza contestualizzare,
    • archivi familiari mai raccolti,
    • assenze nella memoria pubblica.

    Come scrive Alessandro Triulzi, «la memoria coloniale italiana è fatta più di silenzi che di parole».

    Perché raccontare oggi queste tracce

    Raccontare “Prato e il colonialismo italiano” significa restituire una verità che la città ha smesso di vedere. Significa riconoscere che l’impero non fu un progetto che coinvolse anche comunità come quella pratese. Significa aprire uno spazio di ricerca: mappare le tracce, interrogare gli archivi, costruire un dialogo tra memoria locale e storia globale.

    Come scrive Achille Mbembe, «la memoria è un atto di giustizia». E forse è proprio da città come Prato, con le loro tracce nascoste, che può partire un nuovo modo di guardare al colonialismo italiano: non come un capitolo chiuso, ma come una storia che continua a interrogarci.

    Francesco Bianchi

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