Quando l’Italia fascista partì per l’Etiopia nell’ottobre del 1935, Prato non fu una città distante o indifferente. Come molte realtà italiane, partecipò alla mobilitazione nazionale: uomini richiamati alle armi, famiglie che attendevano notizie, giornali locali che rilanciavano i bollettini ufficiali. La guerra d’Etiopia non fu solo un evento lontano: entrò nelle case, nei ritmi della città, nei suoi luoghi di memoria. Eppure, dopo il 1941, quando l’Impero crollò, ciò che tornò a Prato non fu un racconto condiviso, ma un lungo silenzio.
Le tracce più certe di quella partecipazione sono oggi conservate nei registri comunali dei caduti, dove compaiono anche pratesi morti tra il 1935 e il 1936, durante la campagna d’Etiopia. I loro nomi sono riportati nel Sacrario dei Caduti di Piazza Santa Maria delle Carceri, inaugurato nel 1934 e ampliato nel dopoguerra: un luogo che raccoglie i caduti “per la Patria” senza distinguere tra fronti, e che quindi ingloba anche la memoria coloniale. È una presenza discreta, non tematizzata, ma documentabile. Le schede matricolari conservate negli archivi militari confermano la partecipazione di soldati pratesi ai reparti impegnati in Africa Orientale Italiana, così come le comunicazioni ufficiali inviate alle famiglie, che annunciavano feriti, dispersi, caduti.
La stampa locale seguì la guerra con attenzione. I giornali pratesi pubblicavano notizie sull’avanzata italiana, sui reparti mobilitati, sulle cerimonie patriottiche. Le cronache del 4 Novembre, tra il 1936 e il 1940, ricordavano esplicitamente “i caduti in Etiopia”, inserendoli nella narrazione nazionale del sacrificio. È un dato certo, verificabile nelle collezioni dei quotidiani conservate nelle biblioteche cittadine. Ma ciò che la stampa non raccontava — e non poteva raccontare — erano le violenze della guerra: l’uso dei gas, le stragi, la repressione. La distanza geografica e la propaganda rendevano possibile un racconto parziale, che oggi appare come uno dei primi tasselli del silenzio successivo.

Molti pratesi tornarono dall’Etiopia tra il 1937 e il 1941. Alcuni portarono con sé fotografie, cartoline, piccoli oggetti acquistati nei mercati di Addis Abeba o di Gondar. Altri conservarono lettere inviate dal fronte, testimonianze che oggi sopravvivono in archivi familiari. Sono documenti che parlano della fatica, della distanza, della quotidianità militare, e che raramente contengono riflessioni politiche: sono scritti che raccontano il vissuto, non la storia. «Siamo lontani, ma stiamo bene», scrive un soldato pratese nel 1936. È una frase semplice, che dice molto: la guerra coloniale veniva raccontata alle famiglie come un dovere, non come un trauma.
Quando l’Impero crollò nel 1941, la città non elaborò quella memoria. Non ci furono monumenti dedicati all’Africa Orientale, né cerimonie specifiche. I caduti furono inglobati nella memoria generale della guerra; i reduci tornarono alla vita civile senza narrazioni pubbliche. Il dopoguerra, con le sue urgenze politiche e sociali, contribuì a rendere quella esperienza ancora più silenziosa. La storia coloniale italiana, rimossa a livello nazionale, fu rimossa anche a livello locale. Come ha scritto lo storico Alessandro Triulzi, «la memoria coloniale italiana è fatta più di omissioni che di ricordi». A Prato, questa omissione è visibile proprio nei luoghi di memoria: presenti, ma non interrogati.
Oggi, recuperare le storie dei pratesi in Etiopia significa restituire complessità alla memoria cittadina. Significa riconoscere che Prato non fu solo una città operaia, industriale, antifascista, ma anche una città che partecipò — come molte altre — alla storia coloniale italiana. Significa leggere i nomi nel Sacrario, consultare i registri comunali, ascoltare le testimonianze familiari, e trasformare una memoria inglobata in una memoria consapevole. Non per giudicare, ma per capire. Perché la storia dei pratesi in Etiopia è una storia di ritorni e di silenzi: ritorni documentati, silenzi costruiti. E raccontarla oggi significa finalmente colmare quel vuoto.
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