La Battaglia degli Altipiani divenne il momento in cui l’Italia, dopo essere stata travolta dalla Strafexpedition, riuscì a fermare l’avanzata austro‑ungarica e a riprendere l’iniziativa: un passaggio cruciale che salvò il fronte e impedì il collasso del Paese.

La grande offensiva lanciata da Conrad von Hötzendorf il 15 maggio 1916 aveva colto l’Italia impreparata: l’attacco, che mirava a sfondare dagli Altipiani di Asiago per scendere in pianura e chiudere in una sacca le armate italiane sull’Isonzo, fu la più ambiziosa operazione austro‑ungarica dell’intera guerra sul fronte italiano. Le fonti ricordano che l’offensiva coinvolse due armate, la 3ª e l’11ª, su un fronte di circa 60 chilometri, con l’obiettivo di costringere l’Italia alla resa e liberare forze da impiegare altrove .

La prima fase della Battaglia degli Altipiani fu devastante: gli austro‑ungarici sfondarono le linee italiane, occuparono posizioni chiave e avanzarono verso la pianura veneta. La storiografia, da Nicola Labanca a Mario Isnenghi, ha spesso definito la Strafexpedition una “prova generale di Caporetto”, perché rivelò tutte le fragilità del sistema di comando italiano. Ma l’offensiva “non alimentata” si spense relativamente presto, stabilizzandosi a sud di Asiago dopo aver provocato una crisi politica che portò alle dimissioni di Antonio Salandra il 18 giugno 1916 .

La Battaglia degli Altipiani: come l'Italia respinse l'attacco dopo la Strafexpedition
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È in questo contesto che nasce la Battaglia degli Altipiani propriamente detta: la controffensiva italiana, iniziata tra giugno e luglio 1916, quando l’impeto austro‑ungarico si era ormai esaurito. Le fonti ricordano che l’esercito imperiale, logorato e costretto a spostare truppe sul fronte orientale per far fronte all’offensiva Brusilov, dovette ripiegare su posizioni più difendibili, mentre l’arrivo di rinforzi italiani permise al Regio Esercito di riconquistare terreno e stabilizzare definitivamente il fronte .

Gli storici sottolineano come questa fase abbia avuto un valore strategico e morale enorme. Nicola Zotti, in un’analisi per Warfare, ricorda che l’idea stessa di “spedizione punitiva” — forse più propaganda che realtà documentale — contribuì a cementare la percezione di una lotta esistenziale: gli italiani non stavano solo difendendo una linea, ma respingendo un nemico deciso a “punire” il tradimento della Triplice Alleanza .

La Battaglia degli Altipiani non fu una vittoria risolutiva — la battaglia si concluse con un esito “inconcludente” secondo la sintesi storiografica — ma fu sufficiente a fermare l’avanzata, a impedire lo sfondamento verso Vicenza e Padova e a ristabilire un equilibrio che avrebbe retto fino al 1917. In altre parole, salvò l’Italia da una sconfitta potenzialmente fatale.

Per questo la Battaglia degli Altipiani è ricordata come il momento in cui l’Italia, pur ferita e impreparata, riuscì a respingere l’attacco più pericoloso subito fino ad allora: un episodio che segnò la fine dell’incubo della Strafexpedition e l’inizio di una lenta, faticosa ripresa del controllo del fronte.

Francesco Bianchi

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