La Battaglia di Vittorio Veneto non fu soltanto l’ultima offensiva italiana della Prima guerra mondiale: fu il momento in cui un esercito logorato, un Paese stremato e uno Stato in crisi riuscirono, per una volta, a convergere verso un esito che avrebbe cambiato la storia nazionale. È qui che la guerra finisce militarmente, ma soprattutto simbolicamente.
Quando il 24 ottobre 1918 — tre anni esatti dopo Caporetto — l’esercito italiano lancia l’offensiva sul Piave e sul Grappa, nessuno può prevedere quanto rapidamente l’Impero austro‑ungarico crollerà. Gli storici lo ricordano con chiarezza: Giorgio Rochat parla di un “nemico ormai esausto, disgregato dall’interno”, mentre Mario Isnenghi sottolinea come l’Italia, pur provata, avesse ritrovato una coesione che mancava dal 1915. La guerra, insomma, non si vince solo sul campo: si vince perché l’avversario non regge più.
L’offensiva italiana è metodica, lenta, quasi prudente. Diaz non vuole un nuovo bagno di sangue. Il Piave viene attraversato dopo giorni di tentativi, mentre sul Grappa si combatte duramente per conquistare posizioni che gli austro‑ungarici difendono con ciò che resta della loro forza. Ma la macchina imperiale è al collasso: nazionalità in rivolta, rifornimenti inesistenti, ordini contraddittori. Nicola Labanca lo definisce “un esercito che si dissolve mentre combatte”.

Il punto di svolta arriva tra il 28 e il 30 ottobre, quando le linee austro‑ungariche cedono e l’esercito italiano dilaga verso Vittorio Veneto, Conegliano, Udine. È una rottura improvvisa, quasi inattesa. Le cronache militari parlano di “avanzata travolgente”, ma gli storici invitano alla cautela: più che una vittoria tattica, fu il crollo di un impero.
Il 3 novembre 1918 viene firmato l’armistizio di Villa Giusti, presso Padova. Entra in vigore il giorno successivo. Per l’Italia, la guerra è finita. Per l’Austria‑Ungheria, è la fine di uno Stato plurinazionale che aveva retto per secoli.
La memoria di Vittorio Veneto, però, è più complessa della retorica che l’ha celebrata. Nel dopoguerra, il fascismo ne farà un mito fondativo: la “vittoria mutilata”, la promessa tradita, l’idea che l’Italia avesse vinto sul campo ma perso alla conferenza di pace. Emilio Gentile ha mostrato come questo mito sia stato usato per costruire un nazionalismo risentito, che avrebbe avuto conseguenze profonde negli anni Venti.
Eppure, al di là della propaganda, Vittorio Veneto resta un passaggio decisivo. Non perché l’Italia dimostrò una superiorità schiacciante — la storiografia contemporanea è molto più sobria — ma perché segnò la fine di un incubo iniziato nel 1915. Fu il momento in cui un Paese stremato poté finalmente respirare, anche se il prezzo pagato di 650.000 morti, un’economia devastata, una società lacerata che avrebbe continuato a pesare per decenni.
Vittorio Veneto è dunque la conclusione della guerra italiana, ma non la fine dei suoi effetti. È un punto fermo nella cronologia, non nella memoria. La guerra finisce il 4 novembre 1918; le sue conseguenze, come ricordano gli storici, non finiranno mai davvero.
Progetto Grande guerra nel mese di maggio: <<<LINK>>>
Come inizia la Prima guerra mondiale: <<<LINK>>>


Lascia un commento