Con l’articolo di oggi sui campi di concentramento nella Libia coloniale si chiude il percorso che negli ultimi mesi ho dedicato alla storia coloniale italiana: un itinerario complesso, spesso rimosso, che continua a interrogare il nostro presente più di quanto sembri.
Abbiamo attraversato guerre dimenticate, politiche di assimilazione, violenze sistemiche, retoriche identitarie e soprattutto le vite – fragili, spezzate, quasi sempre taciute – di chi ha abitato quei territori e quelle scelte. È un capitolo della nostra storia che non si lascia archiviare facilmente, e che richiede tempo, ascolto, pazienza critica.

Per me questo lavoro non è stato soltanto un approfondimento storico, ma anche un ritorno alle radici narrative di Tigri e colonie, un romanzo che ha cercato di restituire dignità a un frammento di memoria rimasto troppo a lungo ai margini. Le vicende dei tredicimila bambini italo‑libici, la propaganda, le fratture dell’impero e le sue eredità sono state il filo che ha guidato molte delle riflessioni condivise qui: un modo per ricordare che la storia coloniale non è un capitolo chiuso, ma un prisma attraverso cui leggere ancora oggi identità, responsabilità e silenzi.
Riprenderò la narrazione di Storia coloniale italiana in estate, con nuovi materiali, nuove domande e nuove prospettive, perché la storia coloniale merita uno sguardo lungo e continuo. Intanto, questo ciclo si chiude per lasciare spazio al mese di maggio dedicato alla Grande Guerra e, più avanti, all’annuncio di un nuovo romanzo che mi porterà proprio su quel fronte, segnando un passaggio importante nel mio percorso di scrittura.
La memoria non si esaurisce: si coltiva, si attraversa, si rinnova. Continueremo a farlo insieme.

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