Boves è un luogo-soglia della storia italiana. Un paese di montagna all’ingresso della Valle Colla, a pochi chilometri da Cuneo, dove il 19 settembre 1943 l’Italia scoprì per la prima volta cosa significasse l’occupazione nazista. Qui avvenne il primo eccidio compiuto dalle truppe tedesche dopo l’8 settembre, un evento che anticipò per dinamiche, ferocia e logica repressiva ciò che sarebbe accaduto nei mesi successivi in decine di altri luoghi: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Vinca, Guardistallo. Ma Boves fu il primo. E per questo è un luogo fondativo della memoria civile italiana.

La storia è nota, ma non abbastanza. Il 19 settembre, due soldati tedeschi vengono catturati da un gruppo di partigiani della zona. Il comandante delle SS Joachim Peiper — allora trentenne, già membro della Leibstandarte Adolf Hitler — pretende la loro restituzione immediata. I partigiani accettano di liberarli, grazie alla mediazione del parroco don Giuseppe Bernardi e dell’imprenditore Antonio Vassallo, che si offrono come garanti. Ma la restituzione non basta. Peiper ordina comunque la rappresaglia. È un punto cruciale: a Boves la violenza non è risposta a un atto ostile, ma un messaggio politico. È la dimostrazione che la logica nazista non prevede trattative, né proporzionalità, né onore militare. Prevede il terrore.

Boves: il primo eccidio nazista
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Il paese viene circondato. Le case incendiate una a una. I civili uccisi mentre tentano di fuggire. Don Bernardi e Vassallo vengono sequestrati, torturati, bruciati vivi. Le testimonianze raccolte nel dopoguerra parlano di urla, di fumo, di famiglie che scappano nei campi, di animali in fuga, di un paese trasformato in un rogo. Alla fine della giornata, 23 civili sono morti, oltre 350 case distrutte. È un paese cancellato. È l’inizio di una stagione di violenza che segnerà l’intero Nord Italia.

Lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, che ha studiato a fondo le rappresaglie naziste in Italia, ha scritto: “Boves fu un’azione dimostrativa. Serviva a far capire che la presenza tedesca non avrebbe tollerato alcuna forma di opposizione.” È una frase che restituisce la natura dell’eccidio: non un incidente, ma un modello. Non un eccesso, ma una strategia.

Il territorio di Boves, con le sue borgate sparse, i suoi boschi, le sue vie di fuga verso la montagna, era già allora un luogo naturalmente predisposto alla Resistenza. Dopo l’8 settembre, centinaia di soldati sbandati, giovani renitenti, antifascisti locali avevano trovato rifugio nelle valli cuneesi. La presenza partigiana era ancora embrionale, ma reale. Boves, con la sua posizione strategica tra pianura e montagna, era un punto di passaggio, un luogo di incontro, un rifugio. Per questo fu colpito. Colpire Boves significava colpire l’idea stessa di una Resistenza nascente.

Eppure, proprio da quella distruzione nacque qualcosa. La popolazione non abbandonò il territorio. Le prime bande partigiane si riorganizzarono. La memoria dell’eccidio divenne un collante morale. Nel dopoguerra, Boves fu uno dei primi comuni italiani a costruire un percorso di memoria attiva: monumenti, lapidi, testimonianze, scuole coinvolte, archivi aperti. Non un culto del dolore, ma un lavoro civile. Come scrisse lo storico Giovanni De Luna, “la memoria non è un deposito, è un esercizio”. A Boves questo esercizio è quotidiano.

Il territorio stesso parla ancora. Le borgate ricostruite, le strade che portano verso la Bisalta, i luoghi dove sorgevano le case bruciate, la chiesa di San Bartolomeo dove don Bernardi celebrava messa: ogni spazio è un frammento di storia. Non un museo all’aperto, ma un paesaggio che conserva le ferite. Camminare a Boves significa attraversare un luogo in cui la storia non è un racconto, ma una presenza.

Boves: il primo eccidio nazista
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Oggi Boves è un simbolo della Resistenza non perché vi si combatté una grande battaglia, ma perché vi si comprese — prima che altrove — il prezzo della libertà. È un luogo che ricorda che la violenza nazista non fu un’eccezione, ma un sistema. Che la Resistenza non nacque per ideologia, ma per necessità. Che la memoria non è un dovere retorico, ma un atto di responsabilità.

La storia di Boves non chiede commozione: chiede consapevolezza. Chiede di riconoscere che la democrazia italiana nasce anche da qui, da un paese bruciato, da un parroco e un imprenditore uccisi mentre tentavano una mediazione, da una comunità che non si piegò. Chiede di capire che i luoghi della Resistenza non sono solo scenari del passato, ma strumenti per leggere il presente. Perché ogni volta che un paese viene colpito per intimidire una comunità, ogni volta che la violenza si presenta come linguaggio politico, la storia di Boves ritorna. E ci riguarda.

Francesco Bianchi

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