Nato a Prato come Kurt Erich Suckert il 9 giugno 1898, Curzio Malaparte è una figura che ha inseguito la storia, più che attraversarla. Prima ancora di diventare il grande scrittore di Kaputt, il giornalista capace di raccontare la tragedia europea con uno sguardo unico e impietoso, il polemista, il fascista eretico, il dissidente, il comunista mancato e infine il testimone inquieto del Novecento, fu semplicemente un ragazzo pratese di sedici anni che decise di scappare di casa per andare a combattere in Francia. Le fonti biografiche concordano nel descrivere quell’episodio come una vera e propria fuga adolescenziale verso la guerra: studente del Convitto Nazionale Cicognini, animato da sentimenti repubblicani e interventisti, nell’autunno del 1914 lasciò Prato per arruolarsi nella Legione Garibaldina di Peppino Garibaldi, nipote dell’Eroe dei Due Mondi.

La scelta non può essere compresa senza capire che cosa significasse, nel 1914, il nome Garibaldi. Per un giovane cresciuto nell’Italia liberale il garibaldino non era semplicemente un combattente. Era un modello morale. Mario Isnenghi ha osservato in numerosi studi come il Risorgimento abbia rappresentato per generazioni di italiani un enorme deposito di simboli civili e patriottici. Garibaldi era il volontario, l’uomo dell’azione, colui che partiva senza attendere autorizzazioni, mosso dalla convinzione che la storia richiedesse una scelta personale. In questo senso il giovane Suckert non partì soltanto per la Francia: partì per entrare in una tradizione. La Legione Garibaldina, costituita a Parigi da Peppino Garibaldi, raccoglieva oltre duemila volontari italiani, repubblicani, mazziniani, sindacalisti rivoluzionari ed emigrati, tutti accomunati dall’idea che la guerra contro gli Imperi Centrali fosse la prosecuzione ideale del Risorgimento. Sotto la divisa della Legione Straniera francese continuavano a indossare la camicia rossa. Quel gesto, apparentemente marginale, era in realtà una dichiarazione politica: Garibaldi combatteva ancora.

L’immagine di un sedicenne pratese che lascia la Toscana per raggiungere le Argonne possiede qualcosa di profondamente novecentesco. Non siamo più nell’epopea romantica dei Mille e neppure nella sicurezza della Belle Époque. Siamo alla vigilia del secolo delle guerre mondiali. Eppure il giovane Malaparte parte animato da una visione ancora ottocentesca della guerra: quella del volontario che corre incontro alla propria generazione. Come ricorda la sua biografia, era già inserito negli ambienti interventisti e repubblicani e frequentava i circoli culturali che vedevano nella neutralità italiana una rinuncia morale.

Le Argonne lo accolgono con una realtà completamente diversa. Niente eroismo romantico. Niente cariche cavalleresche. Soltanto trincee, foreste devastate, fango, artiglieria e morte. Il 26 dicembre 1914 la Legione Garibaldina affronta il suo battesimo del fuoco nel Bois de Bolante. È una delle pagine più note della vicenda garibaldina nella Grande Guerra. In quella battaglia muore Bruno Garibaldi, fratello del comandante. Pochi giorni dopo cadrà anche Costante Garibaldi. La leggenda delle camicie rosse si intreccia così alla tragedia della guerra industriale. Un generale francese, osservando l’assalto dei volontari italiani, annota parole destinate a diventare celebri: «Meravigliosi. Prima che i resti della trincea nemica fossero ricaduti a terra si erano già lanciati all’attacco».

È difficile non immaginare il giovane Suckert dentro quella scena. Non possediamo, almeno nelle fonti liberamente accessibili e verificabili, il testo delle lettere inviate alla famiglia durante l’esperienza nella Legione Garibaldina. Le biografie consultabili confermano il suo arruolamento e la sua presenza nelle Argonne, ma non riportano la corrispondenza privata. Tuttavia proprio questa assenza documentaria rende ancora più importante ciò che Malaparte scriverà negli anni successivi. Perché tutta la sua opera appare come una lunga lettera inviata da quel ragazzo che scoprì troppo presto il volto reale della guerra.

Non è un caso che uno dei primi libri di Malaparte sia Viva Caporetto!, poi ripubblicato con il titolo La rivolta dei santi maledetti. In quel testo emerge già una profonda distanza tra il mito patriottico e l’esperienza concreta del combattente. Lo storico Antonio Gibelli ha mostrato come la Grande Guerra produca una frattura culturale irreversibile nelle giovani generazioni europee. Malaparte rappresenta perfettamente questa trasformazione: entra nella guerra come volontario garibaldino, ne esce come testimone della crisi della civiltà europea. Le Argonne diventano il punto di origine di uno sguardo che accompagnerà tutta la sua produzione successiva.

Persino quando racconterà la Seconda guerra mondiale, la lezione appresa da adolescente continuerà ad affiorare. In Kaputt e in La pelle la guerra non appare mai come un insieme di battaglie e di vittorie, ma come un’esperienza che deforma uomini, società e culture. È possibile leggere tutta la sua opera come il lungo sviluppo di ciò che iniziò nelle foreste delle Argonne. Il volontario sedicenne che cercava la gloria trova la realtà della distruzione. Lo scrittore adulto dedicherà il resto della vita a raccontarla.

Ed è forse proprio qui il significato più profondo della sua esperienza garibaldina. La Legione Garibaldina rappresenta l’ultimo grande tentativo di leggere la guerra con le categorie morali del Risorgimento. Malaparte appartiene all’ultima generazione che parte per il fronte immaginando di entrare nella storia e alla prima che ne comprende il lato oscuro. In questo senso il ragazzo partito da Prato nel 1914 non è soltanto un volontario garibaldino. È il simbolo di un passaggio d’epoca. Attraverso la sua esperienza vediamo l’Italia uscire definitivamente dall’Ottocento ed entrare nel Novecento. Le camicie rosse delle Argonne sono l’ultimo lampo di un mondo che sta scomparendo. Curzio Malaparte sarà uno dei primi, e certamente uno dei più grandi, a raccontarci quello che venne dopo.

Francesco Bianchi

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