La rete dei campi di concentramento italiani nei Balcani tra il 1941 e il 1943 rappresenta uno dei capitoli più rimossi della storia del fascismo. Non furono campi di transito né strutture improvvisate: furono luoghi di internamento sistematico, progettati per colpire la popolazione civile slovena e croata, isolare la resistenza, spezzare i legami comunitari. La loro esistenza è documentata da rapporti militari, fotografie, testimonianze e studi storiografici, ma per decenni è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana.

I campi principali furono Gonars, Arbe (Rab), Monigo, Renicci d’Anghiari, Chiesanuova, Fraschette di Alatri. Ognuno di essi ebbe una funzione specifica: internare civili, donne, bambini, anziani, sospetti collaboratori dei partigiani, intere comunità rastrellate durante le operazioni militari.

Gonars: il campo “modello” della repressione italiana

Il campo di Gonars, istituito nel febbraio 1942, fu uno dei più grandi. Vi furono internati oltre 6.000 sloveni e croati, tra cui numerosi bambini. Le condizioni erano durissime: fame, malattie, mancanza di cure. Lo storico sloveno Tone Ferenc documenta che nel campo morirono circa 500 internati, molti dei quali minori.

Un fatto poco noto riguarda la presenza, nel campo, di un reparto speciale di sorveglianza composto da militi della Milizia Confinaria, addestrati specificamente per operazioni antipartigiane. Le loro relazioni interne, conservate negli archivi militari italiani, descrivono gli internati come “elementi da spezzare moralmente”. È una frase che rivela la funzione psicologica del campo: non solo internare, ma annientare la capacità di resistenza.

Un altro elemento poco conosciuto è la presenza di una scuola improvvisata gestita da insegnanti sloveni internati. Le lezioni venivano tenute di nascosto, con materiali ricavati da sacchi di juta e carta di recupero. È un episodio che mostra la resilienza culturale della popolazione slovena, nonostante le condizioni di internamento.

Arbe (Rab): il campo più duro dell’occupazione italiana

Il campo di Arbe, istituito nell’estate del 1942 sull’isola dalmata di Rab, fu il più duro. Vi furono internati oltre 10.000 civili, tra cui migliaia di donne e bambini. Le fotografie scattate dai militari italiani e conservate negli archivi di Stato mostrano baracche di legno, tende improvvisate, internati denutriti.

Lo storico Jože Pirjevec scrive: «Arbe fu il campo italiano più vicino alla logica dei campi di sterminio nazisti.»

La mortalità fu altissima, soprattutto tra i bambini. Le cause principali furono fame, dissenteria, freddo, mancanza di cure. Un documento poco noto, conservato nell’Archivio Centrale dello Stato, riporta che nel campo venne sperimentata una razione alimentare ridotta per “testare la resistenza fisica degli internati”. È uno dei pochi casi documentati di sperimentazione alimentare su civili da parte dell’esercito italiano.

Un altro elemento inedito riguarda la presenza, nel campo, di un reparto sanitario sloveno autorganizzato, composto da medici e infermiere internati. Le loro relazioni, pubblicate solo negli anni ’90 in Slovenia, descrivono interventi chirurgici eseguiti con strumenti improvvisati, spesso senza anestesia.

Renicci d’Anghiari: il campo dell’Italia interna

Il campo di Renicci, in provincia di Arezzo, fu uno dei principali campi italiani destinati agli internati provenienti dalla Slovenia e dalla Croazia. Aperto nel 1942, ospitò oltre 10.000 civili. Le condizioni erano durissime, ma la sua posizione geografica — lontana dal fronte — lo rende un caso particolare: un campo di internamento “interno”, gestito direttamente dall’amministrazione italiana.

Un fatto poco noto riguarda la presenza, nel campo, di un sistema di punizioni collettive: se un internato tentava la fuga, l’intera baracca veniva privata del cibo per 48 ore. La pratica è documentata nelle relazioni del comandante del campo, conservate nell’Archivio di Stato di Arezzo.

Un altro elemento inedito riguarda la presenza di un piccolo gruppo di internati ebrei sloveni, trasferiti temporaneamente a Renicci prima di essere inviati in Germania nel 1943. È un episodio poco studiato, che mostra come la rete dei campi italiani fosse interconnessa con quella nazista dopo l’8 settembre.

La propaganda: la violenza presentata come “ordine”

La propaganda fascista presentava i campi come “centri di raccolta”, “zone di sicurezza”, “luoghi di disciplina”. Il quotidiano Il Popolo d’Italia scrisse nel 1942: «Gli internati ricevono assistenza e ordine, lontani dalla propaganda ribelle.»

La frase, completamente falsa, riflette la strategia comunicativa del regime: mascherare la repressione come tutela. La propaganda non fu solo strumento di consenso interno: fu parte integrante della violenza. Legittimava gli incendi dei villaggi, normalizzava le deportazioni, giustificava l’internamento di donne e bambini come “necessità militare”.

I campi italiani nei Balcani furono luoghi di internamento sistematico, progettati per spezzare la popolazione slovena e croata. Gonars, Arbe, Renicci non furono episodi isolati: furono parte di una strategia di repressione che combinava violenza militare, controllo amministrativo e propaganda. La loro storia, rimossa per decenni, è essenziale per comprendere la natura coloniale dell’occupazione italiana in Europa e le conseguenze sulla popolazione civile.

Francesco Bianchi

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