Da quando Tigri e colonie è uscito, continuo a ripetermi che nessuna storia arriva davvero da sola: bisogna accompagnarla, difenderla, portarla davanti agli occhi di chi ancora non la conosce. Eppure, nonostante i riconoscimenti che stanno arrivando – il Premio Speciale della Giuria al Victoria 3.0, il terzo posto al Nero su Bianco – Mino De Blasio, la Menzione d’Onore alla Ginestra di Firenze, la sestina finalista ai Murazzi, il Contropremio Carver, la segnalazione a Europa in versi, il Premio Lilly Brogi, il secondo posto al Narratore, il Premio La Quercia del Myr – continuo a sentire quanto sia difficile, per un autore emergente, far breccia nel rumore di fondo dell’editoria italiana. I premi aiutano, certo, ma non bastano: la storia deve trovare il suo spazio, il suo respiro, il suo pubblico. E Tigri e colonie racconta una storia che molti non conoscono, ma che tocca il cuore di chiunque la ascolti.

La ricerca è iniziata anni fa, quando due sorelle – ormai anziane, ma con una lucidità che tagliava l’aria – mi hanno raccontato la loro esperienza di bambine italo‑libiche trattenute in Italia durante la guerra. Le ascoltavo parlare di navi, di campi, di attese interminabili, di un’infanzia sospesa tra propaganda e paura. Quelle voci non mi hanno più lasciato. Ho passato mesi negli archivi, tra documenti dimenticati, fotografie senza nome, relazioni militari che cercavano di trasformare la vita delle persone in numeri e statistiche. Ma la verità era nelle loro parole, nella loro memoria fragile e potentissima. È da lì che è nato il romanzo: dal bisogno di restituire dignità a una storia che non aveva mai avuto un posto nella memoria pubblica.
Tigri e colonie
Eppure, raccontare una vicenda così poco conosciuta significa anche scontrarsi con l’indifferenza, con la difficoltà di creare interesse attorno a un tema che non appartiene all’immaginario comune. Lo dico con sincerità: non è semplice. Non lo è per nessun autore emergente, e non lo è per chi sceglie di lavorare sulla memoria, sulle zone d’ombra, sulle storie che non hanno mai avuto un titolo in prima pagina. Ma ogni volta che un lettore mi scrive, ogni volta che qualcuno mi dice “non conoscevo questa storia, e adesso non riesco più a dimenticarla”, capisco che ne vale la pena. Che la letteratura può ancora aprire varchi, può ancora restituire voce a chi l’ha perduta.
Tigri e colonie continua a camminare grazie ai lettori, ai premi, alle persone che credono che la memoria non sia un esercizio sterile ma un atto di responsabilità. Io continuo a seguirlo, con gratitudine e con la consapevolezza che la strada è lunga, ma che ogni passo conta. Perché certe storie non chiedono solo di essere lette: chiedono di essere ascoltate.

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