Badoglio fu uno dei principali architetti dell’espansionismo coloniale italiano: dalla Libia all’Etiopia, la sua carriera militare si intreccia con la costruzione (e la violenza) dell’impero.
La parabola coloniale di Pietro Badoglio attraversa l’intera storia dell’espansione italiana in Africa e ne incarna, forse più di ogni altro protagonista, le ambiguità, le brutalità e le continuità tra età liberale e fascismo. Già giovane ufficiale in Eritrea e poi in Libia, Badoglio si forma dentro la logica dell’“avanzata civilizzatrice”, un linguaggio che la storiografia, da Angelo Del Boca a Nicola Labanca, ha smontato mostrando come dietro la retorica si celassero pratiche sistematiche di repressione, deportazioni e violenze contro le popolazioni locali.
Quando nel 1929 viene nominato governatore della Tripolitania, eredita una colonia segnata da anni di resistenza e di guerra; il suo compito è consolidare il dominio italiano, e lo fa con una politica che combina amministrazione e forza militare, in un contesto in cui, come ricorda Del Boca, “la pacificazione fu spesso sinonimo di annientamento”. In Tripolitania, Badoglio supervisiona operazioni di controllo del territorio che si inseriscono nella più ampia strategia di “riconquista” voluta dal regime fascista, preludio alla stagione ancora più dura che verrà con Graziani.

Il ruolo di Badoglio diventa centrale nella guerra d’Etiopia del 1935‑1936, quando sostituisce Emilio De Bono e assume il comando supremo delle forze italiane. La campagna, condotta con rapidità e con un impiego massiccio di mezzi moderni, culmina con l’ingresso in Addis Abeba il 5 maggio 1936, evento che gli vale il titolo di duca di Addis Abeba. La Treccani sottolinea come Badoglio sia celebrato dal regime come l’artefice della vittoria, ma la storiografia successiva ha evidenziato il contesto di violenza estrema in cui quella conquista avvenne: bombardamenti su centri abitati, uso di gas, repressione della resistenza etiope.
Roberto Roveda, in un’analisi recente, ricorda che la campagna d’Etiopia fu parte di un progetto imperiale che non esitò a ricorrere a “forme estreme di violenza” per piegare la popolazione locale, inserendosi nella lunga storia del mito degli “italiani brava gente”, smontato proprio dagli studi di Del Boca.
Badoglio, dunque, non è solo il maresciallo d’Italia che ha gestito il governo transitorio voluto dal Re nel 1943 ma fu un ingranaggio essenziale della macchina coloniale italiana, un uomo che attraversa e contribuisce a definire le politiche di espansione, repressione e amministrazione dell’impero. La sua figura, spesso ricordata per il ruolo nel 1943, merita di essere riletta dentro questa dimensione più ampia, dove la costruzione dell’Italia imperiale si intreccia con scelte militari e politiche che hanno lasciato cicatrici profonde nei territori occupati.

È anche da questa complessità che nasce Tigri e colonie: dal bisogno di restituire voce a chi ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze dell’espansione coloniale, e di interrogare le responsabilità di chi, come Badoglio, contribuì a darle forma. La memoria coloniale non è un capitolo chiuso: è un prisma che continua a riflettere le nostre omissioni, le nostre narrazioni e il nostro modo di guardare alla storia.

HOME – – – – BIOGRAFIA dell’AUTORE

Lascia un commento