L’immaginario coloniale italiano non è rimasto confinato nei cinegiornali dell’Istituto Luce o nei romanzi d’avventura degli anni Trenta. Ha attraversato il dopoguerra, si è adattato alla televisione, alla pubblicità, al linguaggio giornalistico, fino a sedimentarsi nelle rappresentazioni mediatiche contemporanee. Non è un’eredità visibile, ma una presenza sotterranea: un modo di guardare l’Africa, gli africani e il Mediterraneo che nasce nel colonialismo e sopravvive ben oltre la fine dell’Impero. Angelo Del Boca lo ha ricordato più volte: “Il colonialismo italiano non è finito nel 1941. È finito molto più tardi, quando abbiamo iniziato a raccontarlo.” E raccontarlo davvero, ancora oggi, è un processo incompiuto.
Nel cinema del dopoguerra, l’Africa continuò a essere rappresentata come un altrove esotico, immobile, bisognoso di guida. Film d’avventura, commedie, documentari televisivi degli anni Sessanta e Settanta riproducevano senza accorgersene lo stesso schema coloniale: l’italiano come protagonista, l’africano come sfondo. Anche quando non c’era più un impero da celebrare, restava un immaginario da confermare. Le immagini di safari, deserti, tribù “autentiche”, villaggi “primitivi” erano la versione aggiornata della retorica fascista della “missione civilizzatrice”. Cambiavano i toni, non le gerarchie.

La pubblicità contribuì a consolidare questo sguardo. Dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, marchi alimentari, prodotti per la casa, campagne turistiche utilizzarono figure africane come simboli di naturalità, spontaneità, infantilizzazione. L’Africa diventava un luogo senza storia, senza politica, senza conflitti: un contenitore di emozioni semplici, un fondale per l’identità italiana. Era un immaginario rassicurante, che permetteva di evitare il confronto con la violenza coloniale. La rimozione diventava estetica.
La televisione generalista, soprattutto nei programmi di intrattenimento e nei reportage di viaggio, ha spesso riprodotto lo stesso schema. L’Africa come luogo di povertà o di meraviglia, mai come spazio complesso. Le narrazioni umanitarie, pur animate da intenzioni positive, hanno spesso rafforzato l’idea di un continente passivo, bisognoso di intervento esterno. È una continuità diretta con la retorica coloniale: cambiano le parole, non la struttura. L’Italia si percepisce ancora come portatrice di aiuto, ordine, modernità. L’Africa come destinataria.

Anche il linguaggio giornalistico conserva tracce profonde dell’immaginario coloniale. Le crisi africane vengono spesso raccontate come fatalità, come cicli naturali, come fenomeni senza radici storiche. Le responsabilità politiche, economiche e internazionali vengono raramente approfondite. Le migrazioni vengono descritte come “ondate”, “invasioni”, “flussi”, termini che disumanizzano e riproducono la logica coloniale del controllo. È un linguaggio che non nasce oggi: è il discendente diretto delle categorie costruite negli anni Trenta.
Un passaggio poco noto riguarda la rappresentazione dell’Africa nei libri scolastici del dopoguerra. Per decenni, il colonialismo italiano è stato liquidato in poche righe, spesso con toni neutri o giustificatori. Le immagini mostravano strade, scuole, ponti, mai i campi di concentramento in Cirenaica, i bombardamenti con iprite in Etiopia, le stragi ordinate da Graziani. La scuola ha contribuito a formare generazioni che conoscevano l’Africa solo attraverso il filtro dell’esotismo o della rimozione. È un vuoto che pesa ancora oggi.
Le rappresentazioni mediatiche contemporanee non sono una replica del passato, ma ne portano le tracce. Quando un servizio televisivo mostra l’Africa come un luogo senza tempo, quando un film ambientato nel Mediterraneo ripropone la figura dell’italiano “salvatore”, quando un titolo di giornale parla di “tribù” o “selvaggi”, non sta inventando nulla: sta attingendo a un archivio culturale costruito nel colonialismo. È una continuità che non è mai stata davvero interrotta.
Riconoscere queste tracce non significa accusare il presente, ma comprendere il passato. Significa capire che l’immaginario coloniale non è un residuo folkloristico, ma una struttura che ha modellato il modo in cui l’Italia guarda il mondo. Significa accettare che la decolonizzazione non è solo un fatto politico, ma un processo culturale. E che quel processo, in Italia, è ancora in corso. La storia non chiede colpa: chiede lucidità. E la lucidità comincia dallo sguardo.


Lascia un commento