Caporetto è diventata un simbolo nazionale perché, più di ogni altra sconfitta italiana, ha condensato in un solo nome la fragilità dello Stato liberale, le illusioni dell’interventismo e la distanza abissale tra retorica patriottica e realtà della guerra.

Caporetto entra nel lessico nazionale come sinonimo di tracollo già all’indomani del 24 ottobre 1917, quando la dodicesima battaglia dell’Isonzo si trasforma in una rotta che nessuno, né al fronte né nelle retrovie, riesce a contenere. Mario Isnenghi lo ha scritto con chiarezza: «Caporetto è il simbolo della disfatta» . Ma il punto non è solo militare. La storiografia – da Angelo Gatti a Giorgio Rochat, da Emilio Gentile a Nicola Labanca – ha mostrato come Caporetto sia diventata un mito nazionale perché ha offerto, fin da subito, una chiave di lettura identitaria: la nazione ferita, tradita, impreparata, costretta a guardarsi allo specchio. La Treccani ricorda che per molti interventisti Caporetto fu percepita come una «catastrofe nazionale» e non come una semplice offensiva mal riuscita .

Caporetto è diventata un simbolo nazionale
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Il mito nasce dunque da una sproporzione: Caporetto non fu l’unica disfatta della Grande Guerra, né la più sanguinosa, ma fu quella che mise a nudo la fragilità strutturale del sistema di comando italiano. L’offensiva austro-tedesca, preparata con minuzia e segretezza, travolse una Seconda Armata logorata, male disposta e priva di coordinamento. Le fonti ricordano l’enorme massa d’urto della 14ª armata, con 353.000 uomini e 3.500 pezzi d’artiglieria, contro un esercito italiano numeroso ma disorientato . La rotta non fu solo militare: fu psicologica, politica, simbolica.

La letteratura ha contribuito potentemente alla costruzione del mito. In Un anno sull’Altipiano, Emilio Lussu descrive l’assurdità di un comando incapace di leggere la realtà, mentre i soldati vivono la guerra come un destino imposto dall’alto. Non parla direttamente di Caporetto, ma il suo racconto della disorganizzazione e dell’ottusità gerarchica è diventato una lente attraverso cui gli italiani hanno interpretato la disfatta. Anche Carlo Emilio Gadda, reduce dell’Isonzo, nelle sue pagine memoriali restituisce l’immagine di un esercito stanco, logorato, incapace di reggere l’urto della modernità bellica.

Caporetto è diventata un simbolo nazionale perché permette di raccontare, in forma concentrata, un’intera stagione di illusioni e crolli. È il punto in cui la retorica patriottica si infrange contro la realtà della guerra industriale; è il momento in cui la nazione scopre la propria vulnerabilità. Ma è anche il luogo da cui riparte la narrazione della rinascita: la riorganizzazione di Diaz, i “ragazzi del ’99”, il Piave come mito opposto e complementare. Non a caso, la Fondazione Einaudi ricorda come Caporetto sia stata accostata, nel discorso pubblico, all’8 settembre 1943: due date diverse, ma entrambe simboli di uno Stato che crolla e poi tenta di ricostruirsi .

Oggi Caporetto è anche un luogo di memoria, un museo, un paesaggio che restituisce complessità e non solo sconfitta. Ma il suo potere simbolico resta intatto: Caporetto è diventata un mito nazionale perché parla meno della battaglia e più dell’Italia, delle sue fragilità, delle sue narrazioni, dei suoi fantasmi irrisolti.

Francesco Bianchi

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