La recente fiction della Rai che ha approfondito la figura di DINO GRANDI e la caduta del fascismo merita qualche approfondimento storico in più. Ne cogliamo l’occasione.
Dino Grandi è una delle figure più influenti del fascismo italiano. Lo dice il suo percorso politico: ministro degli Esteri con importanti legami in USA, ambasciatore italiano in UK e poi gerarca fascista interno dalle mille trame. Una figura colta, spregiudicata e arrivista.
Decide di portare avanti l’ordine del giorno al Gran Consiglio del fascismo su spinta del Duca d’Acquarone, Ministro della Real Casa che aveva fatto propri i malumori del Re. Non era possibile, per l’assemblea del Gran Consiglio, compiere un atto politico ma la “sfiducia” che i gerarchi potevano decidere di verbalizzare sarebbe comunque servita al Re, Vittorio Emanuele III, che non aveva la forza di imporre una sua decisione personale. L’estromissione di Mussolini dal governo non sarebbe avvenuta per volere del Re ma per decisione di un’assemblea interna al suo partito.

Dino Grandi, prima dell’Assemblea, constatò di avere la maggioranza dei gerarchi, qualcuno suppose di essere tratto in inganno perché l’ordine del giorno parlava di togliere al duce il solo potere esecutivo; ci fu qualche ripensamento durante la seduta ma comunque la maggioranza votò l’ordine del giorno predisposto. Farinacci, gerarca filonazista che poi seguirà Mussolini nello scellerato tentativo di occupazione della Repubblica sociale, presentò un proprio ordine del giorno che non ebbe successo. L’insoddisfazione verso un dittatore e gli insuccessi militari portarono i voti alla mozione Grandi.
Per volere di Mussolini non ci furono verbalizzazioni durante la seduta del Gran Consiglio del fascismo del 24/25 luglio, la ricostruzione è stata possibile solo grazie ai diari e alle pubblicazioni successive dei presenti. Quello che è certo e coerente, tra tutte le ricostruzioni, è un’aria di decadenza dello stesso Mussolini, incapace di difendersi di fronte agli insuccessi della sua politica. Lo stesso Mussolini che accettava l’insoddisfazione dei gerarchi dissidenti fiducioso del suo rapporto con il Re, non aveva idea dell’insoddisfazione di Vittorio Emanuele III come non immaginava che mesi prima fosse stato addirittura pianificato ma poi annullato un colpo di stato di Badoglio e i suoi fedeli militari.
Cosa successe poi? Il Re fece arrestare Mussolini e affidò il governo a Badoglio, pronto non a governare (come traspare dalle sue stesse parole) ma a essere un “mero esecutore della volontà del Re”.
I fatti ci porteranno poi al tentativo di Mussolini, liberato dai tedeschi con l’operazione “Quercia”, a occupare il suolo italiano con l’appoggio dei tedeschi e la formazione della Repubblica di Salò. Uno stato illegale, riconosciuto solo dalla Germania e dai suoi stati satelliti.
Uno stato violento in cui i primi atti di governo furono confisca dei beni agli ebrei e deportazioni. Solo dopo la formazione di questo stato nazifascista ci furono le deportazioni razziali (più di 8.000 con l’85% di decessi) e non solo.
La Repubblica sociale per contare qualcosa a fianco degli alleati tedeschi aveva la forte necessità di un esercito ed emanò un bando di reclutamento volontario. Non trovando abbastanza soldati iniziarono gli atti di squadrismo e violenza per convincere gli italiani ad arruolarsi. Si apre il capitolo IMI: altra importante deportazione. In questo caso parliamo di 650/700.000 deportati (tasso di decesso sotto al 10% ma numericamente molto elevato).

Per volere dei nazisti furono quindi deportati i soldati che non vollero combattere con i nazi-fascisti. Solo il 10% firmò per combattere per quegli ideali che oggi ci fanno guardare a quel periodo come al più buio della nostra storia.
E per il 90% che accettarono la deportazione cosa possiamo dire se non che furono esempio di moralità indiscussa, di resistenza ideologica e che contribuirono a scardinare l’ideologia nazista come coloro che lo combatterono nelle strade e nelle piazze.
Questa è l’Italia e gli italiani che vorrei ricordare.
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Francesco Bianchi

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