I diari dei soldati raccontano una quotidianità surreale: “Dormivamo nel ghiaccio, mangiavamo nel ghiaccio, pregavamo nel ghiaccio”, scrive un Kaiserjäger nel 1917.
È grazie a voi se la memoria continua a muoversi, a trasformarsi, a vivere.
Nel tempo in cui l’Europa torna a fare i conti con la guerra ai suoi confini, l’eredità di Rosa Genoni ci ricorda che il pacifismo non nasce dall’ingenuità, ma dalla responsabilità.
La memoria non si esaurisce: si coltiva, si attraversa, si rinnova. Continueremo a farlo insieme.
la deportazione fu la più grande tragedia della storia libica moderna.
L’uso dei gas in Etiopia non è solo un crimine di guerra: è un trauma rimosso.
Debre Libanos non è solo una strage: è un trauma nazionale.
Perché la Liberazione non è un ricordo: è un verbo al presente. E riguarda tutti noi.
Una rimozione che non nasce nel presente ma che è un prodotto del dopoguerra e alle necessità geopolitiche di quel momento storico.
La Milano che subisce, la Milano che resiste, la Milano che giudica.
La sua eredità è quella un territorio che ha resistito attraverso la partecipazione diffusa e la solidarietà.
La Liberazione fu anche la liberazione da un sistema di propaganda che per vent’anni aveva modellato il pensiero pubblico.
Alla Casa delle Memorie un dialogo su come si costruisce la storia.
Non c’è proporzione, non c’è selezione, non c’è logica militare. Come ricorda Pezzino, “furono uomini comuni, non reparti speciali, a eseguire la strage, applicando le direttive di Kesselring” .
Un incontro pubblico per raccontare gli IMI tra storia, memoria e creatività
Lo storico Claudio Pavone, nel suo lavoro sulla Resistenza, ricordava che “la guerra civile non fu solo scontro armato, ma conflitto morale”. A Monte Sole questo conflitto è ancora visibile.
Oggi Boves è un simbolo della Resistenza non perché vi si combatté una grande battaglia, ma perché vi si comprese il prezzo della libertà.
Come scrisse Piero Calamandrei, visitando il mausoleo: “In questi sepolcri è nata la nostra Costituzione.”
Un ex lavoratore ricordò: “Non sapevamo mai se saremmo usciti vivi dalla fabbrica. Ma sapevamo che senza di noi la città si sarebbe fermata”.
Lo storico Claudio Pavone, nel suo lavoro sulla guerra civile, ricordava che “la scelta morale precede la scelta politica”. A Porta San Paolo questa verità è evidente. Chi combatté quel giorno non lo fece per un ordine, ma per una responsabilità.
Il Giappone del dopoguerra comprese che la giustizia non è solo punizione, ma fondazione. Che un Paese può rinascere solo se accetta di guardare il proprio passato senza filtri.
Un Paese che non processa il proprio passato rischia di ritrovarlo, prima o poi, sotto altre forme.
La frase “il prigioniero è materiale umano” non deve mai più trovare spazio in nessun laboratorio, in nessun ospedale, in nessuna legge.